lunedì 1 luglio 2019

IL TRENO

Ciao a tutti,
questo é un racconto che nacque con un workshop, un po' di anni fa.
Fui coraggiosa in questo workshop, perché si teneva in lingua finlandese, ed io ancora non avevo un finlandese forte, riuscivo a capire, ma quando si trattava di scrivere, ahimè, ero un disastro. Fu una sfida che volli prendere con me stessa, e la vinsi, infatti, questo é stato il primo racconto che ho scritto in Finlandese.
Questo workshop, mi portò al mio primo reading poetico, e fra il pubblico, c'era colei che poi divenne, qualche anno dopo, la coordinatrice del progetto Runokohtaus, che mi aprí le porte, per intraprendere il sentiero in cui sono anche adesso.
Tutti questi avvenimenti accaddero in un momento in cui volevo mollare la scrittura.

Abbiate fede, l'Universo vi mostra sempre se siete nel sentiero giusto o meno, basta stare attenti ai segni che ci manda.

Buona lettura.


IL TRENO

Era mattina presto quando Kima uscì per andare al lavoro come era solito fare ogni giorno, alla stessa ora, con lo stesso abito grigio da impiegato. Ma quella mattina aveva con se anche una valigia da viaggio. Non avrebbe fatto ritorno come ogni giorno alla sera. Doveva partire.
Il suo treno avrebbe lasciato la stazione infatti la sera, doveva andare verso nord. Salutò frettolosamente la famiglia per non far loro notare le lacrime che stavano iniziando ad uscire dai suoi occhi, non sapeva quando si sarebbe potuto riunire a loro e questo lo uccideva dentro. Chiuse la porta alle spalle e se ne andò .
In banca la giornata passò abbastanza velocemente. All'ora stabilita chiamò il taxi che lo avrebbe portato alla stazione. Il viaggio non era molto lungo, e quando il tassista lo lasciò davanti all'entrata nord dell'enorme stazione, ebbe un senso di smarrimento.
Non si ricordava la stazione della capitale così grande: le giganti statue stavano ai lati della porta sorreggendo quello che sembrava una miniatura del mondo stesso, l'enorme arco era ciò che formava l'entrata maestosa. Entrò attraversando la grande porta ed immediatamente fu investito dalla corrente d'aria calda, tipica di ogni stazione, e quell'odore tipico dei treni, misto a quello della gente. 
Si guardò intorno e notò che all'interno si era sviluppata una città a se stante composta da negozi, chioschi, ristoranti, bar e caffetterie, e giusto quel fast food, spiccava più grande di tutti gli altri sviluppandosi in due piani, ed era anche quello più affollato nonostante l'ora tarda.
Quando vi passò davanti istintivamente affrettò il passo sbirciando all'interno, voleva assicurarsi che non vi fosse qualche compleanno o festa particolare. Era un normale giorno, fece un sospiro di sollievo e si avviò verso il suo binario.
Il suo treno stava già aspettando, i passeggeri stavano porgendo gli ultimi saluti, alcuni con sorrisi , altri come lui seri e posati e soli. Cercò di ignorare la presenza di quel fast food, quando improvvisamente una canzoncina familiare colpì le sue orecchie, si avvicinava sempre di più, mentre a lui iniziavano a sudare le mani. Si allentò il collare della camicia aveva i primi sintomi di un attacco di panico. Le trombette suonavano, i bambini lanciavano stelle filanti e accadde quello che Kima aveva temuto: un viso di plastica dipinto di bianco e di rosso, apparve davanti a lui con quel sorriso falso come in uno dei peggiori film horror.  Kima corse più veloce che poteva  verso il suo vagone, entrò sbattendo su una vecchia signora che stava per entrare dentro il treno, masticò delle scuse che la signora non sentì e si piombò dentro al treno. Velocemente guardò il numero del suo posto a sedere e solo quando si fu seduto, iniziò a tranquillizzarsi vedendo che il clown del Mc Donald con a seguito i ragazzini urlanti in festa, si stava allontanando dalla parte opposta, facendo ritorno dentro al locale.
Era al sicuro pensò Kima guardando fuori dal finestrino.
Si rese conto che il vagone era pieno, e tutti i passeggeri lo stavano guardando in modo interrogativo, abbozzò un sorriso imbarazzato, guardò in alto per mettere la sua valigia nello scompartimento apposito, ma erano tutti occupati. Guardò ancora nuovamente per cercare un piccolo buco dove poteva stare la sua unica valigia ma non c'era, così decise di tenerla sulle ginocchia.
Il conduttore fischiò, e le porte si chiusero, il treno iniziò a muoversi.
Appena uscì dalla stazione notò dal finestrino un panorama a lui familiare.
Le tracce delle vecchie strade dove era solito passeggiare la domenica con la famiglia, erano ancora riconoscibili. Dove una volta era un albero o un parco adesso erano lampioni e cemento.
Ricordò quando la domenica, con indosso il vestito da festa camminava tendendo sottobraccio la moglie, mentre i due figli correvano felici, e andavano tutti alla messa domenicale, per poi fare ritorno a casa per il pranzo domenicale, per poi trascorrere la giornata con famiglia ed amici. Ordinarie erano le sue domeniche, e con la stessa routine, ma a lui piaceva così.
I tempi erano cambiati, i figli erano cresciuti. Ai sorrisi spensierati, si erano sostituiti quelli di circostanza. I vestiti della domenica erano diventati i vestiti di tutti i giorni, e i pranzi domenicali sostituiti da quelli presi in rosticceria, che a conti fatti costavano meno.
Improvvisamente una voce interruppe i suoi pensieri chiedendo 
“È libero questo posto?”
”Si ” rispose semplicemente Kima riprendendo a guardare fuori dal finestrino il panorama che scorreva velocemente, quasi come i suoi ricordi.
Lo strano tipo si sedette, e dalla vecchia borsa di pelle tirò fuori 3 palle ed iniziò a farle girare fra le dita. Era un giocoliere, indossava una bombetta nera sopra a dei lunghi capelli grigi e crespi. Aveva la pelle abbastanza scura. Indossava una giacca nera con delle toppe colorate una taglia più piccola della sua, i pantaloni anch'essi più corti delle sue gambe mostravano i calzini bianchi a righe, le scarpe probabilmente un numero superiore al suo perché sembravano enormi per la sua altezza, ed erano di due colori diversi: una rossa e l'altra verde.
Il giocoliere guardò divertito Kima che lo stava osservando e gli chiese
“Dove viaggi?”
“Lontano da casa, davvero lontano” rispose Kima
“La gente va sempre lontano; è sempre distante alla ricerca di qualcosa che ha perduto...” disse improvvisamente il giocoliere.
Kima sospirò pensando alla sua sfortuna, non solo era un giocoliere uscito da chissà quale pellicola dei fratelli Lumiere, ma era pure un giocoliere filosofo, e per di più voleva conversare!
Il treno si muoveva con il naturale dondolio, il fumo nero usciva dalla ciminiera.
Le panche all'interno erano in legno, dure e rivestite con della stoffa colorata. Era l'ultimo modello di treno, la gente viaggiava, orgogliosa di essere fra i primi a rinnovare quel nuovo binario. Ma nessuno parlava.
Kima sedeva, per lui un treno valeva l'altro, un binario valeva l'altro, l'importante era arrivare a destinazione. Già, la sua destinazione. Quale era alla fine?
 A volte si muoveva a destra e sinistra, allungando prima una gamba e poi l'altra per non far cadere la sua valigia; le gambe iniziavano a fargli male, così come la schiena ed il fondoschiena, ma non voleva togliere la valigia dalla sue gambe e anzi la strinse ancor più' a se, in realtà non era la valigia il problema, il problema era che i posti a sedere erano stretti per lui.
Cercò di pensare ad altro ignorando il dolore che stava prendendo anche altri arti, dandogli quella brutta sensazione di immobilità; tornò a guardare fuori dal finestrino.
Un panorama del tutto diverso si aprì davanti agli occhi di Kima che lo fece pensare se aveva preso il treno giusto.
L'improvvisa modernità era scomparsa. Quello che si apriva di fronte a lui era un ambiente stepposo ed a tratti desertico, il marrone scuro si alternava al giallo, dove qua e la Kima vide degli scheletri bruciati  delle tende indiane, conosceva quelle immagini le aveva viste con i suoi occhi tanto tempo prima ma come mai ancora erano li? Ricordava da bambino quando ancora abitava con la sua gente, prima che i cowboys cancellassero tutto e rinchiudessero quella storia in delle riserve, dove lui era appunto nato. Il giocoliere parlò di nuovo:
“C'era un tempo in cui qui si espandeva un panorama bellissimo, pieno dei colori delle diverse tribù indiane. Vi vedevi donne intente alla lavorazione delle pelli e delle stoffe, i bambini giocavano spensierati, e la sera si riunivano tutti intorno al fuoco  ad ascoltare le storie  e le leggende che lo sciamano narrava sugli antenati, trasmettendo così la loro storia e cultura ai giovani, le loro tradizioni. Adesso vedi? C'è  solo una terra morta.”
Kima ricordava molto bene quello che il giocoliere stava dicendo, lo aveva letto nel libretto di sua nonna, e si ricordava quando  le raccontava queste vecchie storie per farlo addormentare o calmare quando orfano e sotto shock era andato a vivere con lei.
Aveva scritto il libretto quando aveva imparato a scrivere la lingua dell'uomo pallido, e quel libretto era li, nella sua tasca accanto al cuore.
Quando la mattina aveva dovuto decidere cosa portare con se, aveva scelto proprio quel libretto che teneva sul comodino. Istintivamente si tocco la tasca interna della giacca per assicurarsi che fosse ancora li.
 Il giocoliere parlò di nuovo:
“Sai cosa amico mio? Sono su questa terra da tanto tempo, ho visitato tanti luoghi, e incontrato tante persone, ognuno di loro indossava sempre una maschera diversa, una maschera per ogni occasione...sono persino arrivato a pensare che ognuno ha una maschera che indossa più delle altre, ma la tua ancora non sono riuscito a capirla...”
Kima ormai era senza speranza, doveva arrendersi all'evidenza dei fatti, il suo amico , come lo aveva chiamato, non lo avrebbe lasciato viaggiare in tranquillità, ma invece di essere infastidito da questo, iniziò a vedere il giocoliere con occhi diversi, infondo conosceva la sua storia, e quella frase che aveva appena detto, era molto familiare; infatti prese il libretto dalla tasca e quando aprì la prima pagina notò che quello che sua nonna aveva scritto all'inizio, era  proprio quello stesso concetto.
Il giocoliere sembrò soddisfatto nel vedere di aver finalmente suscitato l'interesse del suo silenzioso compagno di viaggio, sorridendo continuò; “perché stai andando così lontano da casa? Cosa è andato storto?”
“Non e' andato nulla storto...” Kima disse subito sulla difensiva.
“Che lavoro fai? Indossi un abito classico, tipico da banchiere”
“Sono un contabile, e lavoravo in banca, oggi era il mio ultimo giorno di lavoro...”
“Perché  stai viaggiando così lontano? ” insistette il giocoliere
“Forse perché la banca mi stava diventando stretta dopo l'incidente...”
“aha...ho capito adesso...”
Improvvisamente il treno sembrò rallentare, il giocoliere si alzò, guardando Kima disse
“Ricordati sempre chi sei, da dove sei venuto, e cerca di capire dove stai andando Lupo Bianco. Ci rivedremo presto...”
Il nome con cui lo aveva chiamato era il suo nome di nascita, Kima era confuso. Come faceva a saperlo quello straniero?
Quando il treno frenò bruscamente, e Kima aprì gli occhi capì che si era addormentato ed aveva sognato tutto.
Si trovava nel pendolino che aveva preso alla stazione centrale. L'hostess stava passando con il suo carretto con caffé , panini succhi di frutta e cioccolate,  suonava il campanello del suo carretto gridando:
“Caffè, tee, sandwich, limonate...”
Il treno riprese la sua normale corsa, accanto a se Kima notò un normale uomo d'affari, con il tipico vestito blu scuro che stava leggendo le notizie economiche sul quotidiano. Kima si assicurò di avere tutto al suo posto, la valigia la vedeva era sempre nelle sua ginocchia, si tocco la tasca interna per sentire se il piccolo libretto della nonna era sempre al suo posto, e c'era. Si voltò nuovamente a guardare fuori, doveva essere sicuramente notte fonda perché era un nero schiacciante.
 Cominciò ad avere dei dubbi sull'affare che la banca gli aveva affidato.
Quando aveva iniziato a lavorare per la banca mai avrebbe pensato di trovarsi ad andare in una città dal nome impronunciabile, per una commissione.
Aveva sempre creduto che la sua vita sarebbe stata fra la banca e casa, fino alla pensione, che attendeva con particolare ansia, attendeva quel tempo per poter finalmente vivere con l'amata moglie, realizzare i loro sogni e fare finalmente quel viaggio di nozze che non era mai stato possibile fare.
Quel dannato giorno però, quello aveva cambiato tutto nella sua vita ed in lui, la sua banca era stata bersaglio di una rapina fatta da sei banditi con indosso la maschera da clown, e c'era stata una vittima, si ricordava bene questo, ma il non si ricordava chi era stata pensó fosse a  causa  dell'enorme shock subito.
L'uomo d'affari sospirò e sfogliando le pagine del quotidiano disse:
“Che sfortuna, è sempre stato un paese tranquillo. È proprio vero che non si è  più sicuri da nessuna parte. La mattina parti per andare a lavoro, tranquillo, e fai ritorno a casa in una bara d'acciaio...”
Un brivido improvviso  lo attraversò. Si sentì come se un serpente lo avesse circondato e lo stesse stringendo facendogli mancare il respiro, ed un dolore lancinante lo colpì al petto.
Guardò per bene il giornale che il suo compagno di viaggio aveva fra le mani, e riconobbe la sua faccia. Lui era stata l'unica vittima della rapina, e improvvisamente ricordò tutto.
Si alzò in preda al panico e notò che il giocoliere era nuovamente apparso e stava in piedi nella porta che univa il suo vagone all'altro, girava fra le dita le tre palle ma nessuno vi stava dando particolarmente attenzione, la valigia cadde con un sonoro tonfo nel pavimento, e come per incanto, o meglio dire come per una dannazione, notò chi erano davvero i suoi compagni di viaggio.
Alcuni avevano un cappio al collo, altri un buco in mezzo alla fronte, altri erano malati e altri ancora vecchi , ma tutti inconsapevoli come lo era stato lui fino a quel momento. Guardò il giocoliere, l'unico viso più ”vivo” di altri e disse:
“Dove sto veramente andando? Non posso essere morto la ferita era lieve, poi... mi ricordo che mi è stata data questa lettera..” si frugò nella tasche per tirare fori una strana lettera con una busta altrettanto strana con su scritto il nome della città impronunciabile dove era stato affidato a lui il nuovo lavoro, e la mostrò al giocoliere che disse:
“Non hai ancora capito Lupo Bianco dove stai andando?”
“No! Questo e' tutto uno scherzo. Dove sono le telecamere nascoste? ” Il giocoliere scosse la testa e disse:
“Non hai più molto tempo...”
Aprì nuovamente la lettera, il giocoliere si tolse dalla porta e si mise di lato, Kima lesse la città impronunciabile : ALLAHLAW quando notò la scritta riflessa nel verto della porta scorrevole WALHALLA.

Bip...bip...biiiip...biip....biiiiiiiiiiii. Linea piatta. 
Ci fu un improvviso accorrere di medici e infermieri, Kima vide se stesso steso su quella branda, vide la moglie al di la del vetro. Stava piangendo. Il figlio maggiore la stava abbracciando stretta e la figlia le stringeva la mano. Tutti in lacrime.
I medici le stavano provando tutte, poi, il medico di turno prese la cartellina, e scrisse. Data di decesso 19 Aprile 20..
Uscì e comunicò la notizia ai familiari.

Kima guardó il nuovo strano amico e disse:
“Sono morto.”
“No. direi che stai tornando da dove tutti veniamo, per iniziare una nuova vita” Disse il giocoliere.

Dall'altoparlante la voce metallica del capotreno disse:
“Prossima fermata Walhalla”
Kima guardandosi intorno chiese al giocoliere.
“Ma loro lo sanno? ”
“No. Ognuno di loro aspetta il custode che è stato loro affidato. Appena lo vedranno faranno il tuo stesso percorso. Il problema è  che il custode è  già a loro fianco, solo che ancora non lo vogliono vedere.”
“E a me è  stato affidato come custode un giocoliere... ”
Il giocoliere sorrise e disse:
“Guardami adesso Lupo Bianco”
Kima lo guardò e davanti a se aveva un capotribù con indosso i colori della sua tribù.
Era un uomo di profonda saggezza lo capì subito dallo sguardo.
Kima sorrise divertito, quando questo suo nuovo amico disse:
“Adesso sei pronto, vai...ti stanno aspettando”
Il terno si fermò, le porte si aprirono, e Kima fu investito da una luce bellissima.
Davanti a lui era sua nonna, i suoi genitori e tutte le persone che aveva perduto, e la sua amata tribú.

© Diana Mistera 2010 workshop esercizio di scrittura.


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