IL SIGNORE DELLE OMBRE - Cap 1-

Guardai di nuovo l'orologio, erano ormai delle ore che la mia matita non aveva fatto nessun tipo di progresso.
Il crepuscolo aveva iniziato i suoi giochi di colori rosso, giallo, arancione e viola con sfumature vicine al nero; spesso, le tinte del cielo riescono a prendere dei colori incredibili, che nemmeno il pennello di un pittore riuscirebbe a catturare, ma, nonostante tutto questo incanto, la giornata non era stata fra le migliori.

La prima delle due tavole alle quali stavo lavorando non andava avanti.

Dovevo illustrare una delle storie mitologiche da me preferite:Orfeo, per una rivisitazione moderna di una giovane autrice che stava facendosi strada fra i maestri delle letteratura gotica moderna indipendente, ed alla quale era stato proposto di inserire nel libro delle illustrazioni; cosí incuriosita da questo nuovo progetto avevo deciso di partecipare al bando di concorso che la casa editrice Locopress aveva organizzato.
Avevo scelto di illustrare nelle due tavole di prova del bando: la discesa agli Inferi e l'incontro con Ade, e la parte finale dello smembramento di Orfeo.
Ma proprio quel viso tanto decantato da Ovidio nelle sue Metamorfosi, non riuscivo a disegnarlo come volevo, lo avevo fatto e rifatto giá tante volte e cumuli di fogli arrotolati erano sparsi sul paviemento, la mia frustrazione aveva raggiunto il limite, decisi quindi di uscire a fare una passeggiata. Sapevo che mi sarei sicuramente calmata solo camminando.

Presi il giaccone di pelle nera, lo indossai, chiusi la porta alle spalle ed iniziai a camminare nel traffico caotico del centro cittadino, in modo anonimo, come tante altre sagome con lo stesso giaccone nero addosso persi in chissá quali pensieri, in quella serata di fine inverno, il lettore mp3 alle orecchie con la mia musica preferita.
Andai al parco piú vicino al mio appartamento; spensi la musica e mi sedetti su una panchina.

In momenti di blocco creativo mi aiutava camminare in mezzo alla natura, ascoltare la sua voce, trovare quella simbiosi che resettava la mia mente, osservare tutto quello che mi stava intorno nascosta dai miei occhiali dalle lenti blu anche quando non c'era il sole. Una abitudine italiana, esportata nel mondo, in cui gli accessori sono una parte fondamentale della personalitá di un individuo, per me, una barriera che mettevo con il mondo esterno.
Le giornate si erano allungate notevolmente, il vecchio inverno stava muorendo aprendo le sue braccia alla giovane primavera.

Gli uccellini avevano iniziato a fare ritorno nei loro nidi ed al gracchiare delle cornacchie si erano uniti i cinguettii che annunciavano l'arrivo della tanta attesa nuova stagione.

L'odore della primavera iniziava ad inebriare l'aria, gli alberi che erano stati coperti di neve fino alla settimana prima, apparivano come scheletri: la veste bianca che li aveva ricoperti durante l'inverno, dando loro delle forme di pura arte naturale dalle caratteristiche mistiche, si era sciolta, ed iniziavano ad apparire le prime gemme primaverili. A breve le foglie verdi sarebbero esplose, donando loro una veste nuova e brillante.
Attraversai il parco e continuai a camminare fino al porto. Una lieve brezza si era alzata lungo il molo, ma ancora non sentivo quella sensazione di benessere e questo poteva significare solo una cosa: ero davvero molto stanca.

Mi fermai sulle scale del vecchio porto e mi sedetti a guardare il mare, che ancora era una lastra di ghiaccio molto spessa. Non troppo lontano dalle scale, vidi dei giovani skaters che stavano provando i loro nuovi numeri nell'area apposita, poco distanti dalla piccola spiaggia, che in estate sarebbe stata un brulicare di bambini e genitori, risate e pianti, tuffi e giochi sull'acqua.

I bar che si trovavano lungo il molo avevano iniziato a disporre le sedie nelle terrazze. Le varie navi della Viking Line, con il loro corpo maestoso di colore rosso e bianco, stavano aspettando gli ultimi imbarchi verso la Svezia o la Danimarca o l'Estonia: era il fine settimana e molte persone approfittavano per farsi un viaggio.

Una delle mete preferite dai finlandesi era proprio Tallin, sia per il basso costo della vodka, sia per le offerte che ogni settimana venivano lanciate dalle compagnie navali, che avevano fatto di queste escursioni un vero e proprio buisness.
Avevo spesso desiderato fare uno di questi viaggi: spendere la notte nella cabina, arrivare la mattina a Stoccolma o Tallin, girare la cittá tutto il giorno, e fare ritorno con la stessa nave e la stessa cabina, non era neppure caro acquistare un biglietto che comprendeva il pernottamento, ma avevo sempre dato la prioritá ad altre cose; e comunque da sola non mi ispirava affrontare un simile viaggio.

Mi guardai di nuovo intorno, amavo lasciarmi distrarre da tutti i particolari che mi circondavano, per sfuggire a quella fastidiosa irritazione, che mi colpiva ogni volta che pensavo alle cose che avrei voluto fare e non avevo ancora fatto, che secondo i miei calcoli erano giá troppe.

Sentii lo schiocco tipico dell'apertura di una lattina e la conseguente risata soddisfatta.
Dei ragazzi poco piú che maggiorenni seduti non lontani da me, avevano aperto la loro ennesima birra; ai loro piedi giaceva la busta di nylon con su stampato il nome del supermercato e brulicava giá di lattine vuote. Il reciclaggio in Finlandia funziona: per ogni lattina ti danno 20 cents, e per ogni bottiglia da 1 litro e mezzo di limonata arrivi persino ad avere 40 cents, tante volte l'accumulo di bottiglie di coca cola e fanta mi avevano permesso di sbarcare il lunario e di fare la spesa senza spendere piú di tanto.

Secondo i miei calcoli in quella busta a fine giornata sarebbero stati di sicuro un 5e; la metá del prezzo delle 12 lattine di birra che avrebbero comprato il giorno dopo; pensai a quanto fosse triste buttare via cosí la loro giovinezza, ubricarsi ogni giorno o finesettimana, provare gioia in questa azione, sentirsi dei superman alla dodicesima birra per poi svegliarsi con dei mal di testa assurdi ed impossibilitati ad avere una posizione eretta il giorno seguente, o peggio, nell'elenco delle persone scomparse.
Tutto questo era parte della cultura nordica, era venerdí ed era normale.

I lunghi inverni con la luce accesa tutto il giorno erano una cosa normale, le estati con gli scruri ben chiusi perché le ore senza luce si riducevano al minimo erano normali, vedere gente ubriaca alle fermate dell'autobus era normale, avere dei ricordi che colpivano come pugnali affilati era normale, il sentire gli anni sfuggire di mano, senza poterli fermare, questo, non era normale, era terrificante.

Tornai a guardare il mare,sforzandomi di ignorare, per l'ennesima volta, quella familiare irritazione, che prepotentemente stava assalendomi di nuovo, colpendomi in modo ancora piú duro quando pensavo al rapido scorrere del tempo, fecendomi sentire come una nave alla deriva che aveva perso il controllo dei comandi di guida, dando voce a quella sensazione di fallimento che si insinuava nel mio cervello ogni volta che pensavo alla mia etá, la frustrazione nel constatare che non avevo concluso nulla di importante nella mia vita. .Non avevo un lavoro fisso, non avevo una relazione sentimentale , il futuro era un enorme punto interrogativo che minaccioso dondolava sopra la mia testa come la spada di Democle su Cassandra. Il sentirmi vecchia a 38 anni.
Mi alzai dalle scale di pietra del porto, ricordando il vero motivo per cui ero uscita a passeggiare e decisi di andare alla fermata del tram, per raggiungere il mio posto speciale, dove sapevo sarei riuscita a ricaricarmi.

Ogni volta che andavo in quella zona periferica e benestante di Helsinki, avevo la sensazione che il tempo si era fermato in un determinato momento e mi illudevo cosí di fermare anche per poche ore il tempo a me legato.
Li, fra case ed alberi si nascondeva quella torre che da anni volevo acquistare.
Quel sogno che mi perseguitava fin dalla prima adolescenza, e che mi aveva portato fin li, quell'unico desiderio che volevo ad ogni costo realizzare.

L'avevo trovata per caso durante una delle mie escursioni i primi anni che vivevo in cittá, la desiderai, sentii che quel luogo mi chiamava; e prima che il mio orologio biologico segnasse il numero 40 doveva essere mia in un modo o nell'altro.
Il breve viaggio dal centro, con il tram, prendeva poco piú di 15 minuti. Lungo il tragitto guardavo scorrere i vari negozi, che stavano per chiudere, i vari bar che iniziavano a riempirsi di gente.

Vidi ragazze tutte tirate: nei loro occhi si leggeva la certezza che quella notte non avrebbero dormito da sole; non cercavano il grande amore quelle li, cercavano solo qualcuno con cui divertirsi, fare sesso e scroccare qualche bevuta, un nuovo modo di vendersi, per una birra o un long drink, una sensazione di schifo mi nauseó.
Spostai il mio sguardo ed iniziai a vedere il mare e finalmente il capolinea.
Il tram aveva la consueta pausa di 5 minuti prima di ripartire con il nuovo giro che tornava verso il centro.
Senza fretta scesi rischiando di scivolare, la primavera stava sí avvicinandosi, ma la sera le temperature erano ancora molto fredde e la neve che si era sciolta durante le ore di sole, diventava cosí un lastrone invisibile di ghiaccio, che spargeva trappole per ogni dove soprattutto alle fermate di autobus e trams.
Respirai a pieni polmoni l'aria fresca, priva dello smog cittadino che veniva dal mare, iniziavo a sentirmi giá meglio.

Il caffé che tanto amavo era ancora aperto: un edificio tipo baita di montagna con una calda atmosfera familiare, che aveva la terrazza sul mare.
La cittá brulicava di caffé, ma questo era speciale, lo avevo sempre sentito tale, sia perché era quello che piú si avvicinava ad una pasticceria italiana,sia per il suo aspetto da fiaba. Era una casetta piccolina in legno, come quelle che da bambina ero solita vedere solo lungo la strada per arrivare a Monte Amiata, nelle mie escursioni domenicali con mio padre quando andavamo a sciare; all'interno c'erano tendine rosse e verdi, candele su ogni tavolo, ed era questa familiaritá, questo sentirsi a casa seppure in una terra straniera che me lo aveva fatto amare dal primo giorno in cui l'avevo trovato, quasi per caso, tanti anni prima; quando piena di aspettative e speranze avevo deciso di trasferirmi nella terra delle renne e di Babbo Natale.
C'era una spiaggetta accanto al caffé, dove in primavera vi tornavano una coppia di cigni ai quali davo dei pezzetti di pane da mangiare ogni volta che andavo la: adoravo la regalitá di questi uccelli ed il loro canto; trovavo affascinante che fossero abituati alle persone; non fuggivano via ogni volta che qualcuno li avvicinava, ed erano abituati ad essere immortalati nelle foto dai turisti, io stessa lo avevo fatto, ma era ancora troppo presto per ritrovarli, era ancora troppo freddo.
Mi sedetti su una delle pietre piú grosse che erano nella spiaggia, guardai l'immensa distesa di ghiaccio, mi accorsi che la primavera sembrava essere iniziata solamente in terra ferma.

In lontananza notai una nave rompi ghiaccio, ancorata: pensai che aveva avuto piú lavoro degli anni precedenti; l'inverno, era stato molto freddo, lungo e tipicamente nordico.
Il sole era ormai scomparso all'orizzonte; in lontananza si vedevano ancora le ciminiere fumanti, che alimentavano i riscaldamenti delle case, il fumo che sputavano assumeva sempre delle forme interessanti. C'era anche un vecchio faro ormai in disuso e piccole isolette naturali di pietra probabilmente risalenti al periodo neolitico, con la piccola luce rossa giá accesa, per segnalare alle navi la presenza di un ostacolo.

Prima che l'oscuritá avvolgesse tutto con il suo mantello nero, mi ricordai il motivo per cui mi trovavo in quel luogo: dovevo andare alla torre, per assicurarmi che non l'aveva ancora comprata nessuno.
La torre si trovava al centro di quella che poteva sembrare una tenuta e forse in passato lo era stata, si vedeva chiaramente che si trattava di un edificio mediovale ristrutturato in tempi moderni, disabitata da anni, forse perché troppo cara o forse perché incuteva una certa soggezione. Aveva un giardino che la circondava, con alcuni alberi sparsi qua e la da anni non curati, i mattoni rossi erano nascosti da una vigorosa edera che con i propri rami si intrecciava attorno a tutta la costruzione, dandole in estate, un'impressione ancora piú tetra.
Osservai le piccole finestre, contandole per l'ennesima volta, quando improvvisamente ebbi l'impressione di vedervi il viso di una persona in una delle finestrelle piú alte, uno strano brivido corse lungo tutta la mia schiena, ed un dubbio inizió ad insinuarsi nella mia mente.

© Diana Mistera -lavoro coperto da copyright.























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