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martedì 11 maggio 2021

NELLAMORE, DALLAMORTE

Era una tiepida giornata di Gennaio. Lux guardò il calendario, ricordando le parole del padre,  quando a Gennaio parlavano dei giorni della merla, uno scorcio di primavera in pieno inverno, perché i giorni della merla erano sempre caratterizzati da un tiepido sole caldo.

Decise di fare una passeggiata e raggiungere la chiesetta di legno  che da tanto tempo voleva visitare, costruita in un prato che si apriva proprio in mezzo al bosco. 

Arrivata a destinazione le sembrò proprio di entrare in un'altra dimensione, tanta era la pace e la tranquillità che emanava quel posto. Era senz'altro un posto usato per fare magia, intorno aveva ogni elemento: l'aria, la terra, il fuoco della griglia, tipico di posti del genere dove la gente andava a fare passeggiate per immergersi nella natura e come in molti parchi naturali finlandesi, la gente si fermava per mangiare, e l'acqua di uno dei tanti laghi che caratterizzavano quella parte della Finlandia. E lo spirito era in pace.

Prese il viale che portava alla porta e mentre camminava vide qualcosa luccicare nell'erba, si abbassò per vedere di cosa si trattasse, e vide un anello in argento.

Era antico di sicuro, lo prese e notò delle incisioni all'interno, pensò che fossero del, o della proprietaria/o, e pensò che di ritorno a casa sarebbe andata alla stazione della polizia per consegnarlo agli ufficiali e chiedere loro di fare un comunicato ufficiale, di sicuro chiunque fosse il proprietario o la proprietaria di quell'anello lo stava cercando per ogni dove. 

Ad uno sguardo più attento notò che era incisa una frase:

“Nellamore. Dallamorte.”  E come ogni donna farebbe, lo indossò; l'unico dito dove le stava perfettamente era l'anulare sinistro.

Sentì come una scossa elettrica attraversarle il corpo e perse i sensi. 

Al risveglio, si ritrovò nella stessa prateria ma non riconosceva tutto il resto intorno. 

Lux iniziò ad ansimare, dove era finita? Intorno era tutto nero, sembrava quasi fosse rinchiusa in una specie di sfera di cristallo, solo che fuori era il vuoto assoluto. Stava forse avendo un incubo? Si era forse improvvisamente addormentata nella radura? Si era elettro shockata  da sola, ma come? 

Ma no, ricordava che stava andando verso la chiesa e che nel viale aveva trovato un anello, lo stesso che adesso si trovava al suo dito anulare sinistro. Provò a toglierselo, ma invano. Non ci riuscì, come provava a levarlo, le bruciava la pelle. Anche i vestiti che indossava non erano più gli stessi.

Dove erano i suoi anfibi e i jeans? Indossava una veste candida, sembrava un abito da sposa, ma qualcosa non andava in quell'abito. Era stato come dimenticato, dimenticato addosso a lei. Accarezzò i pizzi della manica e pensò con il groppo in gola e in lacrime:

“Un amore dimenticato.”

Eppure il modo in cui era stato cucito, con cura e devozione dimostrava che, chi lo aveva fatto, aveva creduto in quello che simboleggiava. Come mai allora, la sua bellezza e sacralità era ingiallita? Era stato bianco una volta, Lux questo lo sapeva. Era stato cucito per un amore speciale, che però non si era dimostrato tale, per questo era invecchiato ed ingiallito addosso a lei.

Si sedette sconsolata sulla panca che era fuori dalla baita che era stata una chiesa prima. Forse era morta e quello era il limbo e chi aspetti nel limbo? Doveva fare i conti con i propri pensieri e le proprie azioni. Questo fai nel limbo.

Emil stava facendo trekking nel bosco.  Non aveva mai visitato quel luogo nonostante non fosse distante da casa sua, ma fra le tourné ed i dischi non si era mai dedicato profondamente alle passeggiate, se non in posti che già conosceva, ma una pandemia era esplosa e quindi tutto si era fermato. Costringendolo a fermarsi. E a lui non piaceva stare fermo, si sentiva prigioniero in quell'immobilità. Non poteva più viaggiare; di fare concerti non se ne parlava, era ancora troppo pericoloso, dato che un vaccino per quel dannato virus ancora non era stato trovato, così perché non approfittare? Infondo la sua filosofia di vita, da un po' di tempo era diventata quella di vivere nel momento  e se l'Universo aveva spedito una pandemia, aveva avuto le sue ragioni, e per lui ritirarsi un po' dalle scene non sarebbe stato poi così male. Certo si era tenuto occupato, era stato come la formica, che fa le scorte per l'inverno, aveva lavorato molto. Troppo. Aveva sfornato nuova musica, nuove collaborazioni, un nuovo libro e persino una sceneggiatura per un film horror.

Si nascondeva dietro al fatto che doveva essere attivo per raccogliere, quando in realtà lo aveva fatto per non sentire la pesantezza del cuore. La pesantezza di quella solitudine che aveva deciso di avere, forse perché non si sentiva degno di quell'amore che dentro di se aveva sempre creduto esistere, ma non per lui, perché amare in modo così profondo significava anche esporre la propria vulnerabilità, e ogni volta che aveva abbassato le difese, il muro che si era costruito negli anni intorno, aveva sofferto.

Aveva approfittato di quella tiepida giornata di maggio per addentrasi in quel boschetto che da tanto desiderava esplorare. Sentiva che alcune cose stavano cambiando anche dentro di se. 

Oltre alle passeggiate in posti ancora da esplorare, la pandemia aveva reso possibile fare un lavoro di introspezione. Le passeggiate lo aiutavano anche a fare questo. Doveva pure guarire, doveva rompere quei limiti che si era imposto e forse adesso era pronto a farlo.

Camminava ascoltando il canto degli uccelli, stando anche attento a non disturbare qualche serpente. Era primavera e si erano svegliati anche loro. Si era attrezzato bene, aveva gli anfibi e nello zaino anche il kit di emergenza in caso di uno sfortunato incontro con una vipera. 

Intravide da lontano una specie di rifugio. Quelli che incontri nei parchi protetti, per gli esploratori o gli amanti di trekking, per riposare, in caso di pioggia o neve, magari rifugiarsi ed accendere un bel fuoco, o semplicemente per mangiare qualcosa di caldo, fermarsi mentre tutto, altrove, è ancora in un movimento frenetico. Perché non approfittare? Infondo aveva camminato per ore. Poteva permettersi una pausa.

Man mano che si avvicinava, notò che non era proprio un rifugio, era una baita ed era abitata. 

Una signora sedeva sul tavolo fuori. Sembrava una strega in tutto e per tutto. Sul tavolo aveva la sfera di cristallo, circondata da dei tarocchi. 

Aveva un turbante di seta rossa, indossava braccialetti  e collane con vari  cristalli. Ne riconobbe diversi perché Emil si interessava di magia da anni ormai. Conosceva le varie proprietà di ogni cristallo che vide indossato dalla strega. Sulla porta dello chalet erano acchiappa sogni e teschi di renna. Non era facile incontrare una strega del nord di questi tempi, ma li stava seduta e lo stava invitando a sedersi davanti a lei. 

La donna sorrise invitante, ad uno sguardo più attento era molto sensuale pensò Emil. Nella triade di Ecate sarebbe stata la fase della Donna, poco prima di diventare la Crone.

Aveva delle forme abbondanti. La tunica bianca aveva una bella scollatura ed i seni una bella forma. Era l'immagine della fertilità, della femminilità, della Madre. Emil ne era attratto, molto attratto.

“Scegli una carta” disse la  strega. 

Emil era titubante, l'incantatrice continuò “Dai coraggio, le mie carte non hanno ancora ucciso nessuno...”

Emil prese una carta e quando la cartomante la girò era l'Asso di Coppe. Emil sapeva benissimo il significato di quella carta, fra quelle del mazzo dei tarocchi, era quello che aveva sempre temuto. 

La strega sorrise sensualmente e continuò:

“Scegline un'altra...”

La seconda carta che uscì fu quella della Morte.

“...e un'ultima”

La terza ed ultima carta che scelse fu quella Del Mago. 

La strega aveva a qual punto un sorriso consapevole, e disse ancora:

“Dimmi viandante...cosa vedi nella mia sfera di cristallo? Mi vedi? Chi e cosa vedi ogni notte prima di addormentarti? Vedi Amore o Morte?”

Emil guardò la sfera, e come era successo a Lux, fu risucchiato all'interno.

Come Lux si ritrovò di fronte allo stesso edificio, come Lux, era dentro la sfera di cristallo e intorno era il vuoto. 

Era confuso, pensó che la strega gli avesse fatto un qualche incantesimo, e ben presto realizzò di non essere solo.

Si diresse verso l'edificio e notò una donna vestita di bianco seduta sulla panca. 

La donna alzò lo sguardo su Emil. 

Era forse arrivato finalmente l'angelo che l'avrebbe portata via da quel limbo?Ne aveva tutte le sembianze. Era finalmente giunto il momento di tornare a casa?

L'anello al dito di Lux emanò un fascio di luce che si alzò verso un punto preciso della sfera, rompendola. 

Emil si avvicinò a lei con il forte impulso di stringerla se. E guardandola intensamente negli occhi disse:

“Si è sempre trattato di te.”

Le sue braccia avvolsero i fianchi della donna, entrambi ascesero. 

Quello che era sembrato loro il vuoto, in realtà era l'Universo, che li accolse nella loro forma più divina. 

“Nellamore, Dallamorte” entrambi sussurrarono prima di sigillare il loro destino con un bacio.


© Diana Mistera 11.05.20121

©picture  Diana Mistera Helsinki 2020







domenica 14 giugno 2020

LAVANDA, PREZZEMOLO, SALVIA, ROSMARINO E TIMO

Ricordo un tempo lontano.
Abitavo in una piccola casa in una  delle foreste dello Yorkshire, una delle sue città, quella vicino alla mia capanna, era molto famosa per la sua Fiera, alla quale andavo per barattare la mia merce in cambio di quello di cui avevo bisogno per sopravvivere.
Nella mia cesta trovavi sempre le solite spezie: salvia, lavanda, timo e rosmarino. Amavo essere circondata dai loro profumi. Io stessa le coltivavo per fare pozioni, oli saponi e sacchetti per attirare abbondanza e virtù.
Circondata da questi profumi camminavo fra la gente, nella mia veste più bella. Barattavo queste mie creazioni in cambio, di pane, uova e formaggio.
Quando l'inverno era alle porte, le barattavo con la lana, che usavo per cucire le vesti che mi avrebbero tenuto al caldo e coperte. Il bosco provvedeva a tutto il resto, perché ero a lui devota.
Al mercato, ammiravo le arti dei fabbri e dei lavoratori del legno e della cera.
Gli anni passavano divenni una giovane donna corteggiata da tanti, voluta veramente da nessuno, perché strega.
Doveva pur esserci l'amore la fuori anche per me, sospiravo alla Luna ogni notte, mentre continuavo perpetuamente a coltivare queste spezie.
Da sempre avevo parlato con lei di tutto. Lei mi ascoltava come una madre, mi sorrideva come un'amica, mi incoraggiava come donna, durante le sue fasi. Lentamente  però persi questa convinzione, e non parlai più alla luna dell'amore, anche perché se mi guardavo intorno non ne trovavo di amore, non quello che credevo io fosse l'amore.
Ogni anno per la festa di Beltane il mercato era la mia meta fissa.
Preparai il mio tavolo con molta cura con la mia merce. Fra le tante passioni che avevo, c'era anche quella di creare degli amuleti in legno;ma da me volevano solo pozioni.
Le giovani donne in età da matrimonio, di solito cercavano quella dell'amore, come se indurre qualcuno ad amarti fosse il compito principale di una strega, ma dovevo pur mangiare, e facevo loro delle pozioni, con salvia, prezzemolo, lavanda, rosmarino e timo. L'amore non si può barattare e ne si può indurre la propria volontà su qualcuno. Ami me e me solamente, si, ma per quanto?  Sapevano davvero cosa era l'amore? Mi sarebbe piaciuto sapere perché non ne avevo idea, pensavo ogni volta che concentravo le mie energie su quello che demandavano.
Un giorno si avvicinò al mio banco un uomo. Sentii la gente sussurrare che era uno stregone ed erano anni che non aveva più visitato il mercato, quell'anno la sua visita sconvolse tutti.
In molti avevano creduto che fosse morto. Era un eremita, nessuno conosceva il suo passato ne da dove era venuto; e mi ricordo che da piccola lo avevo visto una volta, ma la memoria era sfuocata.  Ma aveva una energia che la mia anima conosceva davvero bene, e non riuscivo a controllare il mio cuore nel battere troppo forte in petto.
Le sue vesti erano scure e indossava un cappuccio che gli copriva parte del viso.
Era alto per quello che riuscivo a vedere, con dei lunghi capelli dello stesso colore della notte.
Dei pantaloni neri gli fasciavano i fianchi e le gambe, una camicia nera  aperta sul torace  faceva intravedere che se era lo stesso uomo che avevo visto da piccola, non era invecchiato di un giorno.
Al collo portava un medaglione con su rappresentato un lupo nero.
Guardando le mie erbe disse:
“Lavanda, prezzemolo, salvia, rosmarino e timo...”
“Si signore. Le coltivo io stessa...”
“ Mi ricordano  colei che fu una volta il mio vero amore...”
“Oh, parlate al passato...”
“Il tempo non ha nessuna importanza per quelli come me...passato, presente e futuro, si annullano e congiungono nella loro staticità...”
Fu in quel momento che alzando la testa dal mio tavolo, mi guardò con gli occhi del colore del blu del mare, e io ricordai; colui che in ogni mia vita, fu il mio vero amore.
“Lavanda , prezzemolo salvia e rosmarino, mi faranno sempre ritrovare il sentiero che mi porterà a te, perché sono il tuo vero amore. La lavanda ti proteggerà durante la mia assenza. Il prezzemolo ti conforterà. La salvia  ti darà la forza. Il rosmarino è l'amore che necessiterai per perdonarmi, e il timo sarà il coraggio di entrambi, ma soprattutto il mio di ritornare. ”



© Diana Mistera 2020





sabato 9 maggio 2020

OMBRE



Era una tiepida sera di estate. Una lieve brezza, stava dando un po' di tregua al caldo torrido della giornata. Tutto il vicinato era a veglia. Le voci gioiose dei bambini che giocavano a calcio lungo la via si alzavano al cielo confondendosi con il continuo spettegolare delle vecchie matrone che sorde, urlavano invece di parlare.
Al pub i giovani conversavano delle vacanze imminenti sorseggiando della birra, mentre le ragazze si facevano continui selfie da pubblicare sui vari social media.
Lux seduta da sola davanti ad un Martini coktail, leggeva un libro mangiando di tanto in tanto i salatini che le aveva portato il barista. Il cellulare era capovolto sul tavolo con la suoneria muta e la vibrazione attiva. Era il momento della giornata che preferiva quello della sera.
Alzando la testa dalle pagine del libro, notò uno strano movimento fra le ragazze che improvvisamente dimenticarono i selfie ed iniziarono a guardarsi fra loro in quel modo di intesa che solo le donne hanno; un giovane straniero era giunto in quel paese sperduto fra le colline senesi, e aveva subito attirato l'attenzione su di se, persino Lux sentì un brivido attraversarle la schiena: era di una bellezza rara ed aveva un magnetismo unico. Degli occhi blu brillavano come specchi su un viso da angelo contornato da lunghi capelli lunghi, lisci e neri come la notte, che gli cadevano sulle spalle. Una maglietta nera gli fasciava il torace scolpito e dei jeans scuri le gambe muscolose.
Si sedette ad un tavolo poco distante da quello di Lux ordinando un Bloody Mary. Una scelta particolare, pensò Lux fra se. Nessuno, a parte suo padre, aveva mai fatto una tale richiesta, e suo padre era purtroppo morto da quasi un anno. Il barista confuso sorrise e scomparve dietro al bancone del bar.
Chissà se avevano tutti gli ingredienti per fare un Bloody Mary? Pensò Lux fra se, poi tornò ad immergersi nelle pagine del libro; ma era distratta, attratta da quello straniero, e ben presto fu costretta a chiudere il libro e iniziare anche lei a trafficare con il cellulare pur di non perdersi in quegli occhi che la guardavano con intensità; fantasticare su quelle labbra carnose e perfette che si erano aperte in uno splendido sorriso; rivolto a lei.
Le ragazze iniziarono a parlare a voce troppo alta, i ragazzi, probabilmente accortosi del probabile nemico, divennero possessivi con quelle femmine che fino a poco tempo prima non avevano degnato di nessun tipo di attenzione. Le più audaci si avvicinarono al tavolo dello straniero, iniziando degli small talks con lui che rispondeva gentilmente ma senza dare loro troppa confidenza. I più cretini iniziarono a fare battute stupide con il solo intento di provocarlo, ma lui, li ignorò sorseggiando il suo Bloody Mary.
“Ehi Lux, possiamo tenere le tue poesie esposte ancora per un po'? ” Le disse il barista portandole il secondo Martini Cocktail
“Si si...c'è ancora qualcuno che legge poesie?” chiese ironica
“Si. Hai ricevuto molti complimenti, soprattutto da ospiti stranieri nel guest book, hai avuto un'idea fantastica a voler esporre i tuoi lavori sia in italiano che in inglese e con delle illustrazioni da te dipinte!”
“Grazie”
“Così sei una poetessa...”
Lux alzò lo sguardo. Lo straniero le si era materializzato di fronte: non era solo bello, era anche molto alto.
“Scrivo poesie, non so se questo fa di me una poetessa...e sono una pittrice...”
Il giovane sorrise “Io suono la chitarra, e non so se questo fa di me un musicista...” Lux non riuscì a trattenere un sorriso e quel muscolo che per troppo tempo era rimasto in silenzio iniziò a bussare nella cassa toracica fin troppo forte.
“A presto poetessa”
“A presto musicista.”
Quella notte Lux ebbe difficoltà a prender sonno. Il viso del giovane non abbandonò un solo istante la sua testa .
Per molte sere Lux andò in quel pub e lo stesso fece lo straniero.
I sogni della giovane donna iniziarono ad essere abitati da quegli occhi, da quel viso, da quel corpo. Quegli stessi sogni le raccontavano storie, le davano visioni di vite che non aveva mai vissuto in cui erano insieme ed ogni volta che i loro sguardi si incontravano, il sorriso dello straniero diventava sempre più consapevole, ma al di la di poche battute, il giovane era un mistero sia per lei che per la comunità.
Una sorta di passione mista ad ossessione prese corpo in Lux, bruciava e tagliava come una lama di rasoio ed esplodeva nelle poesie, che scriveva, quasi senza controllo, nei quadri che aveva ripreso a dipingere.

Nel cielo splendeva una bellissima luna piena, erano settimane che si incontravano al bar e ancora non conosceva il suo nome ed uno strano impeto la travolse. Doveva sapere chi era quel giovane che le stava narrando storie nei sogni e guidava i versi delle sue poesie ed il pennello nelle sue tavole. Titubante, si avvicinò a lui, e prima ancora di pronunciare la domanda il giovane rispose:
“Vlad...Vlad è il mio nome.”
“Ho bisogno di ritrarti, perché non riesco più a farlo solo a parole.”
“È una proposta?” rispose sorridendo maliziosamente.
Lux arrossì ed abbassando lo sguardo rispose:
“Lascia stare...non importa...”
“Tu sei stata ferita profondamente tanto tempo fa...” Disse Vlad guardandola con maggiore intensità, e sfiorandole il viso con una carezza continuò “ Sarei onorato...”
“Non ho soldi per pagarti...”
“Non importa. Quando iniziamo?”
"Quando vuoi...quando sei libero.”
Vlad guardò l'orologio da taschino, poi guardò fuori nella notte:
“Anche subito...le notti di luna piena sono così magiche...”
Raggiunsero la casa di Lux e andarono nello studio.
“Come vuoi ritrarmi?” Chiese il giovane con una strana luce negli occhi.
“Tu mettiti a tuo agio al resto penso io.” rispose Lux con un lieve imbarazzo.
Il pennello iniziò a muoversi freneticamente e lui silenziosamente posava.
Ogni poesia non scritta trovò espressione sulla tela. Pennellata dopo pennellata, schizzo dopo schizzo, lentamente il quadro prese corpo ed ogni sfumatura divenne un pezzo di un grande puzzle.
Il fuoco alimentava il pennello, lo stesso che quegli occhi celavano.
Ben presto fu impossibile contenere il desiderio esploso in entrambi fra pennelli e versi; e nella quarta notte di luna piena, si arresero alla passione promettendosi amore eterno.
La quinta notte di luna piena però, Lux al suo risveglio, si ritrovò da sola. Vlad era scomparso nello stesso modo in cui era apparso; al di la delle promesse, lasciandole un vuoto dentro che non riusciva a colmare in nessun modo se non dormendo e sognando di lui.
Baci infuocati e amori lussuriosi iniziarono ad animare i sogni della giovane donna e ben presto non riuscì più ne a scrivere ne a dipingere.
Era settembre quando il postino suonò alla porta con una lettera. Non c'era mittente non c'era neppure la provenienza.
Lux aprì tremante la missiva. Una rosa nera era stata disegnata meticolosamente; era perfetta e sotto di essa una frase scritta con il rosso del sangue:
”Scomparirò come sono apparso, ma continuerò a provocare in te il proibito.”
Istintivamente si guardò allo specchio. Qualcosa era cambiato in lei. Non prese sul serio la frase lasciata dal misterioso Vlad, fin quando non iniziò a sentirsi svuotata. La disperazione prese il sopravvento spingendola lentamente verso un abisso, che mai le era sembrato così profondo, e non ne vedeva neppure la fine.
Lux non riuscì più a distinguere il confine fra la realtà e sogno.
Si imponeva di dormire e di sognarlo pur di sentirlo dentro; pur di sentire le sue mani, le sue labbra ed al risveglio, lacrime amare scendevano dai suoi occhi cadendo su quelli di Vlad, senza intaccare minimamente i colori del ritratto con il quale divideva ormai le sue notti.
Non c'era riposo, non c'era fuga da quegli occhi, solo ombre che la seguivano. Vlad l'aveva incatenata a se.
Caparbia continuò a frequentare il bar e sedersi al solito tavolino, aspettandolo ossessionata dalla convinzione che un giorno sarebbe tornato.
Ormai abbandonata persino dalla propria anima sedeva e attendeva; ed ogni sera sconfitta si trascinava a casa.
Era la sesta luna piena. Negli occhi di Lux l'ultima scintilla vitale stava per spegnersi mentre guardava la pienezza della Luna invidiandone la luminosità, una luce bellissima la stessa che una volta anche lei aveva posseduto, i polsi aperti gocciolavano sangue su quel ritratto. Nessuno si ricordava più di quello straniero; quando l'avrebbero trovata ormai esangue, nessuno si sarebbe preoccupato a cercarne il motivo. Era da sempre stata la strana del paese. Nessuno avrebbe pianto sulla sua tomba a nessuno sarebbe mancata.
Una figura alta e scura si avvicinò a Lux, sbucata dal nulla:
“Abbiamo una cicatrice in comune”
Quella voce. Impossibile non riconoscerla.
Lux sorrise ironica incrociando quegli occhi di nuovo.
Aveva immaginato tante volte cosa avrebbe detto a Vlad nel momento in cui sarebbe tornato, aveva giocato con quell'idea così tante volte che era sicura di non fallire. Con quale tempestività era tornato a darle il bacio della morte.
Gli avrebbe voluto chiedere se lo aveva fatto stare bene l'averla abbandonata in quel modo attaccata ad una promessa di eterno amore, il sogno di ogni poeta.
Gli avrebbe voluto gridare tutta la rabbia che aveva dentro, gli avrebbe voluto urlare se lo faceva stare bene il sapere che aveva lasciato la sua anima in catene e moribonda.
Vlad accompagnandola nel suo ultimo respiro le sussurrò:
“Sono tornato per restare”
Vlad la sollevò, la strinse a se. Le ferite ai polsi si rimarginarono appena il giovane vi ci posò le labbra. La passione che per mesi l'aveva tenuta in vita schiuse finalmente le sue ali e quando giunse l'alba Vlad la prese per l'ultima volta.
Lux sentì la vita uscire dal suo corpo sotto l'ultimo bacio di Vlad e tornare indietro, da una ferita che con il suo pugnale Vlad si aprì sul petto, all'altezza del cure.
“Bevi... Adesso abbiamo l'eternità davanti. Io mantengo sempre le mie promesse e mi prendo sempre ciò che mi appartiene.”
E di Lux non si seppe più niente. I giornali riportarono la seguente notizia:
“Giovane promettente poetessa e pittrice scompare nel nulla in una notte di Luna piena. Ha lasciato solo le sue poesie ed una serie di quadri di un giovane sconosciuto. 616 tele per la precisione, che sono state acquistate da uno sconosciuto.”

Lux e Vlad vivono ancora in quei quadri e li vivranno per sempre, facendo languire i fanciulli e le fanciulle soli. Facendo sospirare gli innamorati, o coloro che pensano di esserlo, ed ispirano giovani poeti che continuano a scrivere di quell'amore eterno, senza sapere che la forza distruttiva di tale passione, è sempre meglio solo leggerla nelle poesie dei poeti maledetti.

© Diana Mistera Maggio 2017 rieditato Maggio 2020




lunedì 1 luglio 2019

IL TRENO

Ciao a tutti,
questo é un racconto che nacque con un workshop, un po' di anni fa.
Fui coraggiosa in questo workshop, perché si teneva in lingua finlandese, ed io ancora non avevo un finlandese forte, riuscivo a capire, ma quando si trattava di scrivere, ahimè, ero un disastro. Fu una sfida che volli prendere con me stessa, e la vinsi, infatti, questo é stato il primo racconto che ho scritto in Finlandese.
Questo workshop, mi portò al mio primo reading poetico, e fra il pubblico, c'era colei che poi divenne, qualche anno dopo, la coordinatrice del progetto Runokohtaus, che mi aprí le porte, per intraprendere il sentiero in cui sono anche adesso.
Tutti questi avvenimenti accaddero in un momento in cui volevo mollare la scrittura.

Abbiate fede, l'Universo vi mostra sempre se siete nel sentiero giusto o meno, basta stare attenti ai segni che ci manda.

Buona lettura.


IL TRENO

Era mattina presto quando Kima uscì per andare al lavoro come era solito fare ogni giorno, alla stessa ora, con lo stesso abito grigio da impiegato. Ma quella mattina aveva con se anche una valigia da viaggio. Non avrebbe fatto ritorno come ogni giorno alla sera. Doveva partire.
Il suo treno avrebbe lasciato la stazione infatti la sera, doveva andare verso nord. Salutò frettolosamente la famiglia per non far loro notare le lacrime che stavano iniziando ad uscire dai suoi occhi, non sapeva quando si sarebbe potuto riunire a loro e questo lo uccideva dentro. Chiuse la porta alle spalle e se ne andò .
In banca la giornata passò abbastanza velocemente. All'ora stabilita chiamò il taxi che lo avrebbe portato alla stazione. Il viaggio non era molto lungo, e quando il tassista lo lasciò davanti all'entrata nord dell'enorme stazione, ebbe un senso di smarrimento.
Non si ricordava la stazione della capitale così grande: le giganti statue stavano ai lati della porta sorreggendo quello che sembrava una miniatura del mondo stesso, l'enorme arco era ciò che formava l'entrata maestosa. Entrò attraversando la grande porta ed immediatamente fu investito dalla corrente d'aria calda, tipica di ogni stazione, e quell'odore tipico dei treni, misto a quello della gente. 
Si guardò intorno e notò che all'interno si era sviluppata una città a se stante composta da negozi, chioschi, ristoranti, bar e caffetterie, e giusto quel fast food, spiccava più grande di tutti gli altri sviluppandosi in due piani, ed era anche quello più affollato nonostante l'ora tarda.
Quando vi passò davanti istintivamente affrettò il passo sbirciando all'interno, voleva assicurarsi che non vi fosse qualche compleanno o festa particolare. Era un normale giorno, fece un sospiro di sollievo e si avviò verso il suo binario.
Il suo treno stava già aspettando, i passeggeri stavano porgendo gli ultimi saluti, alcuni con sorrisi , altri come lui seri e posati e soli. Cercò di ignorare la presenza di quel fast food, quando improvvisamente una canzoncina familiare colpì le sue orecchie, si avvicinava sempre di più, mentre a lui iniziavano a sudare le mani. Si allentò il collare della camicia aveva i primi sintomi di un attacco di panico. Le trombette suonavano, i bambini lanciavano stelle filanti e accadde quello che Kima aveva temuto: un viso di plastica dipinto di bianco e di rosso, apparve davanti a lui con quel sorriso falso come in uno dei peggiori film horror.  Kima corse più veloce che poteva  verso il suo vagone, entrò sbattendo su una vecchia signora che stava per entrare dentro il treno, masticò delle scuse che la signora non sentì e si piombò dentro al treno. Velocemente guardò il numero del suo posto a sedere e solo quando si fu seduto, iniziò a tranquillizzarsi vedendo che il clown del Mc Donald con a seguito i ragazzini urlanti in festa, si stava allontanando dalla parte opposta, facendo ritorno dentro al locale.
Era al sicuro pensò Kima guardando fuori dal finestrino.
Si rese conto che il vagone era pieno, e tutti i passeggeri lo stavano guardando in modo interrogativo, abbozzò un sorriso imbarazzato, guardò in alto per mettere la sua valigia nello scompartimento apposito, ma erano tutti occupati. Guardò ancora nuovamente per cercare un piccolo buco dove poteva stare la sua unica valigia ma non c'era, così decise di tenerla sulle ginocchia.
Il conduttore fischiò, e le porte si chiusero, il treno iniziò a muoversi.
Appena uscì dalla stazione notò dal finestrino un panorama a lui familiare.
Le tracce delle vecchie strade dove era solito passeggiare la domenica con la famiglia, erano ancora riconoscibili. Dove una volta era un albero o un parco adesso erano lampioni e cemento.
Ricordò quando la domenica, con indosso il vestito da festa camminava tendendo sottobraccio la moglie, mentre i due figli correvano felici, e andavano tutti alla messa domenicale, per poi fare ritorno a casa per il pranzo domenicale, per poi trascorrere la giornata con famiglia ed amici. Ordinarie erano le sue domeniche, e con la stessa routine, ma a lui piaceva così.
I tempi erano cambiati, i figli erano cresciuti. Ai sorrisi spensierati, si erano sostituiti quelli di circostanza. I vestiti della domenica erano diventati i vestiti di tutti i giorni, e i pranzi domenicali sostituiti da quelli presi in rosticceria, che a conti fatti costavano meno.
Improvvisamente una voce interruppe i suoi pensieri chiedendo 
“È libero questo posto?”
”Si ” rispose semplicemente Kima riprendendo a guardare fuori dal finestrino il panorama che scorreva velocemente, quasi come i suoi ricordi.
Lo strano tipo si sedette, e dalla vecchia borsa di pelle tirò fuori 3 palle ed iniziò a farle girare fra le dita. Era un giocoliere, indossava una bombetta nera sopra a dei lunghi capelli grigi e crespi. Aveva la pelle abbastanza scura. Indossava una giacca nera con delle toppe colorate una taglia più piccola della sua, i pantaloni anch'essi più corti delle sue gambe mostravano i calzini bianchi a righe, le scarpe probabilmente un numero superiore al suo perché sembravano enormi per la sua altezza, ed erano di due colori diversi: una rossa e l'altra verde.
Il giocoliere guardò divertito Kima che lo stava osservando e gli chiese
“Dove viaggi?”
“Lontano da casa, davvero lontano” rispose Kima
“La gente va sempre lontano; è sempre distante alla ricerca di qualcosa che ha perduto...” disse improvvisamente il giocoliere.
Kima sospirò pensando alla sua sfortuna, non solo era un giocoliere uscito da chissà quale pellicola dei fratelli Lumiere, ma era pure un giocoliere filosofo, e per di più voleva conversare!
Il treno si muoveva con il naturale dondolio, il fumo nero usciva dalla ciminiera.
Le panche all'interno erano in legno, dure e rivestite con della stoffa colorata. Era l'ultimo modello di treno, la gente viaggiava, orgogliosa di essere fra i primi a rinnovare quel nuovo binario. Ma nessuno parlava.
Kima sedeva, per lui un treno valeva l'altro, un binario valeva l'altro, l'importante era arrivare a destinazione. Già, la sua destinazione. Quale era alla fine?
 A volte si muoveva a destra e sinistra, allungando prima una gamba e poi l'altra per non far cadere la sua valigia; le gambe iniziavano a fargli male, così come la schiena ed il fondoschiena, ma non voleva togliere la valigia dalla sue gambe e anzi la strinse ancor più' a se, in realtà non era la valigia il problema, il problema era che i posti a sedere erano stretti per lui.
Cercò di pensare ad altro ignorando il dolore che stava prendendo anche altri arti, dandogli quella brutta sensazione di immobilità; tornò a guardare fuori dal finestrino.
Un panorama del tutto diverso si aprì davanti agli occhi di Kima che lo fece pensare se aveva preso il treno giusto.
L'improvvisa modernità era scomparsa. Quello che si apriva di fronte a lui era un ambiente stepposo ed a tratti desertico, il marrone scuro si alternava al giallo, dove qua e la Kima vide degli scheletri bruciati  delle tende indiane, conosceva quelle immagini le aveva viste con i suoi occhi tanto tempo prima ma come mai ancora erano li? Ricordava da bambino quando ancora abitava con la sua gente, prima che i cowboys cancellassero tutto e rinchiudessero quella storia in delle riserve, dove lui era appunto nato. Il giocoliere parlò di nuovo:
“C'era un tempo in cui qui si espandeva un panorama bellissimo, pieno dei colori delle diverse tribù indiane. Vi vedevi donne intente alla lavorazione delle pelli e delle stoffe, i bambini giocavano spensierati, e la sera si riunivano tutti intorno al fuoco  ad ascoltare le storie  e le leggende che lo sciamano narrava sugli antenati, trasmettendo così la loro storia e cultura ai giovani, le loro tradizioni. Adesso vedi? C'è  solo una terra morta.”
Kima ricordava molto bene quello che il giocoliere stava dicendo, lo aveva letto nel libretto di sua nonna, e si ricordava quando  le raccontava queste vecchie storie per farlo addormentare o calmare quando orfano e sotto shock era andato a vivere con lei.
Aveva scritto il libretto quando aveva imparato a scrivere la lingua dell'uomo pallido, e quel libretto era li, nella sua tasca accanto al cuore.
Quando la mattina aveva dovuto decidere cosa portare con se, aveva scelto proprio quel libretto che teneva sul comodino. Istintivamente si tocco la tasca interna della giacca per assicurarsi che fosse ancora li.
 Il giocoliere parlò di nuovo:
“Sai cosa amico mio? Sono su questa terra da tanto tempo, ho visitato tanti luoghi, e incontrato tante persone, ognuno di loro indossava sempre una maschera diversa, una maschera per ogni occasione...sono persino arrivato a pensare che ognuno ha una maschera che indossa più delle altre, ma la tua ancora non sono riuscito a capirla...”
Kima ormai era senza speranza, doveva arrendersi all'evidenza dei fatti, il suo amico , come lo aveva chiamato, non lo avrebbe lasciato viaggiare in tranquillità, ma invece di essere infastidito da questo, iniziò a vedere il giocoliere con occhi diversi, infondo conosceva la sua storia, e quella frase che aveva appena detto, era molto familiare; infatti prese il libretto dalla tasca e quando aprì la prima pagina notò che quello che sua nonna aveva scritto all'inizio, era  proprio quello stesso concetto.
Il giocoliere sembrò soddisfatto nel vedere di aver finalmente suscitato l'interesse del suo silenzioso compagno di viaggio, sorridendo continuò; “perché stai andando così lontano da casa? Cosa è andato storto?”
“Non e' andato nulla storto...” Kima disse subito sulla difensiva.
“Che lavoro fai? Indossi un abito classico, tipico da banchiere”
“Sono un contabile, e lavoravo in banca, oggi era il mio ultimo giorno di lavoro...”
“Perché  stai viaggiando così lontano? ” insistette il giocoliere
“Forse perché la banca mi stava diventando stretta dopo l'incidente...”
“aha...ho capito adesso...”
Improvvisamente il treno sembrò rallentare, il giocoliere si alzò, guardando Kima disse
“Ricordati sempre chi sei, da dove sei venuto, e cerca di capire dove stai andando Lupo Bianco. Ci rivedremo presto...”
Il nome con cui lo aveva chiamato era il suo nome di nascita, Kima era confuso. Come faceva a saperlo quello straniero?
Quando il treno frenò bruscamente, e Kima aprì gli occhi capì che si era addormentato ed aveva sognato tutto.
Si trovava nel pendolino che aveva preso alla stazione centrale. L'hostess stava passando con il suo carretto con caffé , panini succhi di frutta e cioccolate,  suonava il campanello del suo carretto gridando:
“Caffè, tee, sandwich, limonate...”
Il treno riprese la sua normale corsa, accanto a se Kima notò un normale uomo d'affari, con il tipico vestito blu scuro che stava leggendo le notizie economiche sul quotidiano. Kima si assicurò di avere tutto al suo posto, la valigia la vedeva era sempre nelle sua ginocchia, si tocco la tasca interna per sentire se il piccolo libretto della nonna era sempre al suo posto, e c'era. Si voltò nuovamente a guardare fuori, doveva essere sicuramente notte fonda perché era un nero schiacciante.
 Cominciò ad avere dei dubbi sull'affare che la banca gli aveva affidato.
Quando aveva iniziato a lavorare per la banca mai avrebbe pensato di trovarsi ad andare in una città dal nome impronunciabile, per una commissione.
Aveva sempre creduto che la sua vita sarebbe stata fra la banca e casa, fino alla pensione, che attendeva con particolare ansia, attendeva quel tempo per poter finalmente vivere con l'amata moglie, realizzare i loro sogni e fare finalmente quel viaggio di nozze che non era mai stato possibile fare.
Quel dannato giorno però, quello aveva cambiato tutto nella sua vita ed in lui, la sua banca era stata bersaglio di una rapina fatta da sei banditi con indosso la maschera da clown, e c'era stata una vittima, si ricordava bene questo, ma il non si ricordava chi era stata pensó fosse a  causa  dell'enorme shock subito.
L'uomo d'affari sospirò e sfogliando le pagine del quotidiano disse:
“Che sfortuna, è sempre stato un paese tranquillo. È proprio vero che non si è  più sicuri da nessuna parte. La mattina parti per andare a lavoro, tranquillo, e fai ritorno a casa in una bara d'acciaio...”
Un brivido improvviso  lo attraversò. Si sentì come se un serpente lo avesse circondato e lo stesse stringendo facendogli mancare il respiro, ed un dolore lancinante lo colpì al petto.
Guardò per bene il giornale che il suo compagno di viaggio aveva fra le mani, e riconobbe la sua faccia. Lui era stata l'unica vittima della rapina, e improvvisamente ricordò tutto.
Si alzò in preda al panico e notò che il giocoliere era nuovamente apparso e stava in piedi nella porta che univa il suo vagone all'altro, girava fra le dita le tre palle ma nessuno vi stava dando particolarmente attenzione, la valigia cadde con un sonoro tonfo nel pavimento, e come per incanto, o meglio dire come per una dannazione, notò chi erano davvero i suoi compagni di viaggio.
Alcuni avevano un cappio al collo, altri un buco in mezzo alla fronte, altri erano malati e altri ancora vecchi , ma tutti inconsapevoli come lo era stato lui fino a quel momento. Guardò il giocoliere, l'unico viso più ”vivo” di altri e disse:
“Dove sto veramente andando? Non posso essere morto la ferita era lieve, poi... mi ricordo che mi è stata data questa lettera..” si frugò nella tasche per tirare fori una strana lettera con una busta altrettanto strana con su scritto il nome della città impronunciabile dove era stato affidato a lui il nuovo lavoro, e la mostrò al giocoliere che disse:
“Non hai ancora capito Lupo Bianco dove stai andando?”
“No! Questo e' tutto uno scherzo. Dove sono le telecamere nascoste? ” Il giocoliere scosse la testa e disse:
“Non hai più molto tempo...”
Aprì nuovamente la lettera, il giocoliere si tolse dalla porta e si mise di lato, Kima lesse la città impronunciabile : ALLAHLAW quando notò la scritta riflessa nel verto della porta scorrevole WALHALLA.

Bip...bip...biiiip...biip....biiiiiiiiiiii. Linea piatta. 
Ci fu un improvviso accorrere di medici e infermieri, Kima vide se stesso steso su quella branda, vide la moglie al di la del vetro. Stava piangendo. Il figlio maggiore la stava abbracciando stretta e la figlia le stringeva la mano. Tutti in lacrime.
I medici le stavano provando tutte, poi, il medico di turno prese la cartellina, e scrisse. Data di decesso 19 Aprile 20..
Uscì e comunicò la notizia ai familiari.

Kima guardó il nuovo strano amico e disse:
“Sono morto.”
“No. direi che stai tornando da dove tutti veniamo, per iniziare una nuova vita” Disse il giocoliere.

Dall'altoparlante la voce metallica del capotreno disse:
“Prossima fermata Walhalla”
Kima guardandosi intorno chiese al giocoliere.
“Ma loro lo sanno? ”
“No. Ognuno di loro aspetta il custode che è stato loro affidato. Appena lo vedranno faranno il tuo stesso percorso. Il problema è  che il custode è  già a loro fianco, solo che ancora non lo vogliono vedere.”
“E a me è  stato affidato come custode un giocoliere... ”
Il giocoliere sorrise e disse:
“Guardami adesso Lupo Bianco”
Kima lo guardò e davanti a se aveva un capotribù con indosso i colori della sua tribù.
Era un uomo di profonda saggezza lo capì subito dallo sguardo.
Kima sorrise divertito, quando questo suo nuovo amico disse:
“Adesso sei pronto, vai...ti stanno aspettando”
Il terno si fermò, le porte si aprirono, e Kima fu investito da una luce bellissima.
Davanti a lui era sua nonna, i suoi genitori e tutte le persone che aveva perduto, e la sua amata tribú.

© Diana Mistera 2010 workshop esercizio di scrittura.


mercoledì 1 maggio 2019

BELTANE

Ciao a tutti
é tanto che non scrivo un post in questo blog.
Oggi ho deciso di farlo e di lasciarvi un assaggio di un racconto Fantasy, nato come spin off della saga Orpheus per una raccolta Fantasy  free, a cura di Monica M.

QUI trovate la raccolta in questione.
Di seguito vi lascio un estratto e il link a Wattpad dove potete leggere il racconto completo.
Buon Beltane.

Una delle feste più importanti stava per iniziare. Il sole splendeva alto nel cielo ed i prati sfoggiavano il loro bel mantello di fiori colorati. 
Beltane era la festività che nel calendario Gaelico, aveva la sua bella importanza come Samhain. 
Beltane annunciava l'inizio dell'estate, mentre Samhain quello dell'Inverno. Si credeva infatti che gli Aes sídhe erano molto attivi in questi particolari periodi dell'anno, ed a loro erano dedicati molti rituali.
Al Villaggio era tutto pronto. 
Il sicomoro era stato addobbato al centro dell'agorà con i nastri rosa, 12 per la precisione, uno per ogni mese dell'anno. Con essi avrebbero danzato 12 vergini, ognuna con il proprio mese di nascita. Intorno all'albero si sarebbero schierati  in un secondo cerchio, esterno, i ragazzi che avrebbero suonato i tamburi, anch'essi 12, uno per ogni mese dell'anno. L'unione dei due cerchi formava La Ruota dell'anno. 
Diversi fuochi erano stati accesi sulle colline, ed i contadini con il loro bestiame, avevano già iniziato il rituale propiziatorio fra i fuochi. Funzionava così: si accendevano due fuochi ed i contadini con il loro bestiame, oppure un carretto con i prodotti della loro terra, vi passavano attraverso chiedendo la benedizione di Cernonnus e della Madre.
Il clou della festa era alla sera quando con alcuni legni presi dai vari fuochi, il Druido del villaggio preparava il  grande falò al centro del villaggio. Quello era anche il momento in cui iniziavano le danze intorno al sicomoro delle prescelte, prima della grande cena, dove tutti gli abitanti partecipavano con i propri doni. Era una festa solenne, di fraternità ed unione.
Enaid quell'anno compiva sedici anni e sarebbe stata una delle vergini che avrebbero danzato intorno all'albero come per tradizione. Il fiocco destinatole era proprio quello di Maggio.

“Ecco, così sembri una piccola Dea.” Le aveva detto la madre ponendole l'ultimo fiore di biancospino sulla ghirlanda di fiori,  che avrebbe indossato sulla testa a mo di corona.
Enaid rimase in silenzio. Era una ragazza timida e insicura e spesso sentiva tutto il peso di quello che tutti si aspettavano da lei.
La madre, intuendo lo stato della giovane con un dolce sorriso continuò:
“Non ti preoccupare. Stai tranquilla, ne sei degna. Non è la prima volta che la Luna segna qualcuno del nostro clan. Anche la tua trisnonna fu segnata...”
“Ah si?”
“Si piccolina mia, e portava il tuo nome.” e le sfiorò la guancia con un dolce bacio; poi cercando di farla tranquillizzare continuò: “poi Malcolm sarà uno dei ragazzi che suoneranno i tamburi durante la vostra danza...basterà guardare lui, siete promessi...”
Già, Malcolm, il ragazzo che gli anziani avevano scelto come sposo per Enaid; unico matrimonio che avevano imposto, altra conseguenza legata alla sua nascita.
Malcolm era nato per la celebrazione di Samhain, quindi secondo il vecchio Druido del villaggio, era l'unione perfetta quella fra i due giovani. 
Malcolm era uno dei ragazzi più belli del villaggio e vantava già diverse amanti, che ne sarebbe stato di lei? Pensò Enaid. Lei che credeva all'amore vero, sapeva già che avrebbe dovuto sposare un ragazzo che sarebbe di sicuro stato un uomo infedele e che oltretutto non amava. Sentiva che non era lui, il predestinato a lei. Sapeva che da qualche parte c'era l'uomo che avrebbe amato e sperò di incontrarlo prima del matrimonio. 
Enaid sospirò aveva ancora 5 anni davanti a sé prima di andare in sposa a lui. Se le sue sensazioni erano giuste, sarebbe sicuro successo qualcosa per evitare quel matrimonio.
“Madre... la decisione di andare in sposa a Malcolm è definitiva?”
“Si mia cara...”

CONTINUA QUI 

Buon Beltane e Buona lettura! 😊

martedì 24 maggio 2016

TRE GIORNI- DAISY FRANCHETTO-

Recensione Diana Mistera

Ciao a tutti eccomi con una nuova rcensione.
Il racconto TR GIORNI di Daisy Franchetto:

“Tre giorni" è una ghost-story.
Un uomo è alla guida della sua automobile dopo una giornata di lavoro. Ha un incidente.
È l’inizio della storia, un susseguirsi di vicende a cavallo tra il mondo reale e una Dimensione parallela sconosciuta.
Tre giorni per raggiungere la consapevolezza, tre giorni per rivedere la propria vita con l’aiuto di personaggi fantastici, tre giorni per sciogliere il legame con i fantasmi del passato.
Una novella ambientata in quella terra di confine che si trova ai margini della vita, a un passo dalla morte.
La narrazione del percorso che alcune anime devono compiere prima di lasciare il corpo.
Già pubblicato come spin off del romanzo Dodici Porte, viene ora riproposto in una nuova veste insieme al racconto "Ragnatele".

Che dire di questo racconto e di Daisy Franchetto ?
Prima di tutto che sto diventando una sua lettrice incallita.
Mi piace il suo stile, mi piacciono le immagini e la simbologia che usa in ogni suo lavoro.
Tre giorni è un racconto molto intenso. Un uomo che muore e non capisce di essere morto.

Ho amato il film Il sesto senso e quindi non potevo non amare questa storia dove all'interno vi ho trovato simbologie che ho incontrato nelle mie letture di Jung ed anche nelle vecchie tradizioni popolari. 
Tre elementi chiave Il corvo,le farfalle, l'uomo con il mantello. 
Il corvo secondo antiche tradizioni è l 'uccello che a volte ritorna per fare giustizia. Nella mitologia Norrena il corvo è sacro ad Odino che ne aveva due e li usava come messaggeri. In questa lettura il corvo è legato ,secondo me,al significato della coscienza.
Le farfalle simboleggiano l'immortalità la libertá dell'anima che finalmente lascia il corpo e torna libera. 
L'uomo con il mantello è la figura psicologica dell'ombra che se non ascoltata ti divora e l'ombra si presenta sempre con sembianze che incutono terrore pieno.In questo racconto simboleggia  i rimpianti del protagonista.
Amo davvero tanto questo tipo di letture.


In questo volumetto troviamo anche un secondo racconto Ragnatele. Anche con questo l'autrice non mi ha deluso affatto facendomi vedere il ragno con occhi diversi.


Consiglio questa lettura a chi come me ama i libri scritti bene e capaci di tenere alto l'interesse del lettore dalla prima pagina all'ultima anche, e soprattutto, grazie ad uno stile chiaro, lineare,pulito, pur trattandosi di un racconto, é comunque completo in tutte le sue parti.


LINK DI ACQUISTO



mercoledì 5 dicembre 2012

UN RACCONTO...

Finalmente lo posso pubblicare...ho partecipato ad un concorso con questo racconto, che non ho vinto, quindi adesso posso condividerlo con voi. Buona lettura! Comments are welcome!

THE DREAMACHINE



Quando l’intuizione è solo uno stato mentale.

Patricia aveva 12 anni e frequentava la scuola media. Nonostante la giovane età, era più matura delle sue compagne, più seria, forse perché era una sorella maggiore; e come tutte le sorelle maggiori, era abituata a prendersi cura del fratellino mentre i suoi erano a lavorare, a lavare i piatti e aiutare nelle pulizie di casa.

Era spesso persa nel proprio mondo perché aveva l'animo della sognatrice, che non mancava a farla sentire, nel posto sbagliato e nel tempo sbagliato.
Desiderava fortemente essere accettata dai compagni, smettere di avere insufficiente a matematica, non sentire più i genitori litigare, non sentirsi quel pugnale nel cuore quando i ragazzi più grandi la prendevano in giro a causa del suo nome, mentre tutte le sue compagne iniziavano già ad essere corteggiate ed ad avere i primi fidanzatini.
Nessuno a casa si era mai preoccupato di chiederle come mai era sempre silenziosa o come si sentiva, tutti erano troppo presi da se stessi e dai problemi. Patricia era la tipa strana del paese ed il paese stesso l'aveva isolata.
Era estate. Patricia pensava a settembre, le vacanze passavano lente e nessuna delle sue amiche era venuta a cercarla, era lei che le raggiungeva ogni sabato pomeriggio in centro.
Pensava a quando le scuole sarebbero iniziate e sarebbe stata in seconda media, un idea che non le piaceva affatto, perché la classe era dispari e l’amica di banco aveva trovato un altra compagna con la quale aveva legato meglio, e lei sarebbe rimasta sola, in quell'unico banco in prima fila tanto odiato da tutti.
Abitava con la sua famiglia lontano dal centro e guardava il fratellino di 5 anni, il suo compito per ricevere la paghetta settimanale, stando tutto il giorno in giardino a leggere, sul plaid che aveva steso e reso il suo piccolo regno intoccabile.
Il cane del vicino le correva sempre incontro quando la vedeva, un piccolo bastardino marrone di nome Charlie, che anche lei adorava e quando stendeva nella coperta, le si metteva accanto, a volte tranquillo altre volte lavandole il viso con i “baci”.
Con se Patricia portava sempre il suo diario, dove vi scriveva le sue giornate, le frasi che la colpivano del libro che stava leggendo abbozzando delle prove poetiche.
Nel giardino erano molti pini ed abeti che con la loro ombra, accompagnavano anche i riposini del fratellino che, esausto dopo i giochi si addormentava fra lei e Charlie.
Ad agosto, la maggior parte delle famiglie medie italiane si muoveva per le tante desiderate ferie.
Il ferragosto era alle porte , i paesi e le città erano deserti; ed anche il piccolo paesino toscano in cui Patricia viveva era vuot.
I nonni dall'Inghilterra stavano per arrivare con i regali, ed il loro arrivo significava sempre partire per il mare per 10 giorni, ma la tensione in famiglia era alta a causa del mancato pagamento dello stipendio ai suoi genitori e lei non aveva proprio voglia di andare a trascorrere le vacanze al mare con la sola compagnia del fratellino di 5 anni, mentre tutte le sue amiche erano in posti vicini le une alle altre.
La destinazione quell'anno sarebbe stata Marotta; una città balneare vicino a Fano presso l’Hotel Europa che aveva anche lo stabilimento balneare privato, quindi l’ombrellone numerato con le sdraie a secondo del numero di stanza che occupavi. Il sole di agosto, le spiagge affollate e la musica suonata da un juke-box che echeggia in tutto il bagno, quale migliore immagine per descrivere l'estate? Infatti, e per Patricia che non era piú una bambina ma che non si sentiva neppure abbastanza grande per sentirsi una donna, non le interessva stare sdraiata a prendere il sole e quando il jukebox non suonava era una noia mortale stare in spiaggia. Eran passati 3 giorni, e patricia desiderava giá tornare a casa quando notó nell’ombrellone accanto un ragazzo moro, con intensi occhi marroni, talmente scuri da sembrare neri, sentendolo parlare con la presunta fidanzata capí che non era italiano. Lo osservava con sguardi fuggitivi, nascosta dagli occhiali a specchio neri che andavano tanto di moda fra i giovani quell'anno, le piaceva proprio, a volte lui sembrava accorgersi e la guardava sorridendo e quelle volte erano per lei i momenti piú belli di tutta la giornata. Man mano che i giorni passarono, suo padre aveva preso confidenza con l’ombrellone accanto e quindi con il ragazzo dagli occhi neri e le aveva riferito che erano tedeschi, Patricia stendeva sempre il suo telo, nella posizione strategica fra il suo ombrellone e quello del ragazzo cosí facendo finta di nulla ascoltava le conversazioni di suo padre con il ragazzo seppure senza capire una parola, fra le proteste di sua madre che le diceva di mettersi la crema protettiva e le corse del fratellino che puntualmente la riempivano di sabbia, motivo per cui non voleva mettere la crema e qualche parola scambiata con i nonni per allenare il suo inglese, cosí trascorrevano le sue giornate.
Era passata poco piú di una settimana quando il tempo si guastó; iniziarono le piogge e la mattina era troppo fresco per andare in spiaggia se non dopo pranzo; Patricia approfittó per farsi un giro solitario lungo la banchina e notó che c'era un edicola, cosí dopo aver sfogliato diverse riviste da “adolescenti” decise di comprare l’unico giornale che catturó la sua attenzione, si chiamava “Il Monello” sulla copertina era Renato Zero, l'unico volto familiare fra le decine esposte nelle varie riviste, le piacevano molto le sue canzoni ed il suo modo di fare cosí gaio, orgogliosamente lo pagó con i suoi soldini sentendosi cosí un pó meno bambina. Quando tornó all’ombrellone, inizió a sfogliarlo distrattamente, non c'erano tante cose interessanti e lo lasció nella sdraia distratta dal ragazzo dell’ombrellone accanto, che correndo stava dirigendosi verso il mare per fare un bellissimo tuffo, nuotare verso la fidanzata che era giá in acqua e lo stava chiamando. Sospiró sognando di vivere anche lei una scena del genere un giorno, magari con un ragazzo meno grande di lui, che avrá avuto sicuramente piú di 22 anni.
Costretti a rimanere dentro l’hotel la sera guardava la tv con gli altri ospiti, annoiandosi; c’erano ragazzini troppo piccoli con cui giocare, o troppo grandi per avere confidenza, i grandi erano accomodati al bar dell’hotel sorseggiando drinks, ma non vide il ragazzo.
Era domenica, il canale tv era sintonizzato su uno dei tre canali rai e l’appuntamento fisso era quello con Discoring. Fu quella sera che la sua estate cambió in modo radicale. Mentre guardava distrattamente i vari cantanti in classifica, un gruppo attiró la sua attenzione: si chiamavano Alphaville, ed avevano ben due singoli nella top ten in classifica, il presentatore parlava un linguaggio a lei sconosciuto e troppo svelto e Patricia non riuscí a catturare il titolo della canzone che stava iniziando. Cosa era la top ten? Che significava? Lo chiese alla madre e scoprí che la top ten non era altro che la classifica dei 45giri piú venduti. Quando tornó a sedersi sul divano e vide il cantante degli Alphaville, il cuore le si fermó improvvisamente; si innamoró subito di quel viso che assomigliava moltissimo a quello del ragazzo dell'ombrellone accanto, di quella voce; si concentró sulla canzone cercando di capire cosa diceva, provando a canticchiare il ritornello mentre le farfalle volavano impazzite nella sua pancia ogno volta che la telecamera faceva un primo piano del cantante; era entrata nel mondo delle adolescenti.
Quando tornó in stanza si ricordó di aver visto il nome Alphaville nel giornaletto che aveva compprato la mattina e prima di addormentarsi lo sfoglió nuovamente e gli Alphaville occupavano proprio la parte centrale, c'era una lunga intervista e due belle foto; i giorni che seguirono passó ore a guardarle, sentiva un legame inspiegabile con quell’uomo; non sapeva da dove veniva quello strano pensiero, ne perché, ma c'era e con il tempo lo avrebbe scoperto.
Quel numero de “Il monello” divenne il suo tesoro, il primo segno, che niente nella vita accade per caso. Uno strano sorriso si stampó sul suo viso fino alla fine della vacanza, non ebbe piú voglia di tornare in spiaggia, le sembrava vuota senza il ragazzo dell’ombrellone accanto, era partito quella stessa domenica, passava quindi le sue giornate chiusa in camera fra gli sguardi preoccupati dei nonni inglesi e le parole di rassicurazione della mamma che spiegava loro che stava entrando nell'adolescenza.
Le vacanze finirono, i nonni ripartirono, la tensione tornó in famiglia a causa del continuo ritardo degli stipendi dei suoi. Dal canto suo, Patricia inizió a cercare in tutte le edicole foto e articoli sugli Alphaville, la sua ricerca divenne sempre piú difficile; sentiva le canzoni in classifica e scoprí anche il juke box nel piccolo bar dove si trovava con le amiche e, mentre le amiche giocavano a wonder boy, lei spendeva le sue monetine nel juke box ad ascoltare solo gli Alphaville. Fu proprio in loro compagnia che Patricia fece un errore enorme e nel raccontare la sua estate disse una mezza veritá; raccontó che era stata al mare come ogni anno con i nonni inglesi e tutta la famiglia e che aveva conosciuto il cantante degli Alphaville; le amiche ascoltavano interessate e lei si sentí finalmente importante. Le avevano creduto, ma allo stesso tempo, erano anche andate a dirlo in giro ad altre ragazze, che erano da sempre state astiose nei suoi confronti; dando loro una ulteriore ragione per prenderla in giro, quelle che appartenavano a quel gruppo che l’aveva sempre derisa per il suo nome, quelle che stavano sempre con i ragazzi grandi nonostante avessero 12 anni come lei, quelle che non perdevano occasione per umiliarla per i suoi vestiti stravaganti che venivano dall’Inghilterra, con quello stile tipicamente british con camicette con il colletto alto, i pantaloni alla zoava ed i pizzi, in perfetto stile vittoriano, che adorava e che divennero successivamente lo stile dei goths.

Era settembre, a breve sarebbe iniziata la scuola ed il famoso libro delle vacanze giaceva sulla scrivania ancora da fare. Patricia aspettava la fiera paesana, un altro spicchio di felicitá dove fra giostre, dolciumi e stremanti camminate in mezzo alla folla a guardare i banchi, con la mamma prima in cerca di qualche affare, con le amiche poi a spendere la paghetta settimanale, che per l'occasione sarebbe stata un pó piú alta, avrebbe trascorso l'ultimo weekend delle vacanze estive senza pensieri.
La fatidica domenica arrivó e mentre passeggiava con le amiche udí gli Alphaville uscire da uno dei banchi che vendevano i dischi. Il cuore le inizió a battere all’impazzata e quando chiese al mercante se aveva quel 45 giri, lui tutto sorridente lo tiró fuori: aveva la copertina gialla chiara e nella piccola foto nell’angolo, Marian, il cantante degli Alphaville, era bellissimo; certo il costo di quel 45 giri le avrebbe tolto i giri negli autoscontri con le amiche, ma in quel momento quel piccolo quadratino giallo, era mille volte piú importante dei giri sulle giostre e lo compró, sotto lo sguardo sconvolto delle amiche che ancora non avevano alcun interesse nella musica, nei cantanti o nei dischi.
Quando fece ritorno a casa mostró orgogliosa il suo acquisto, e si mise ad ascoltare subito la voce di Marian che cantava squillante “...The ringing of yor loughter it's sounds like a melody, To once forbidden places, We'll go for a while...”
Quel 45 giri divenne l’unica voce che uscí dal giradischi da quel momento in poi.
Quando la scuola ebbe inizio, come aveva temuto, era sola in quell’unico banco in prima fila, lontana da quelle che credeva fossero le amiche del cuore, che erano nella fila centrale della classe. Le giornate a scuola erano interminabili, l’interesse di Patricia diminuiva a dismisura, desiderava tornare a casa ed ascoltare gli Alphaville. Mentre i professori spiegavano le materie lei con aria trasognata pensava a Marian, scriveva il suo nome ovunque nel suo banco,nel diario,sui quaderni, sognava ad occhi aperti quella stessa bugia che aveva raccontato e che continuava a ripetere, senza rendersi conto che stava condannando se stessa ad una maggiore solitudine, solo per voler avere quella felicitá che le negavano ad ogni presa in giro, quell’importanza che disperatamente andava cercando per il troppo bisogno di essere la migliore amica di qualcuno, di avere qualcuno che la andasse a trovare a casa per fare i compiti insieme, o portarle i compiti quando era ammalata, che condividesse con lei la passione per gli Alphaville. Ma le amiche persero interesse nella sua storia e Patricia precipitó nella piú scura solitidine. Il suo mondo era composto solo da loro e dai sogni che faceva ad occhi aperti su Marian, guardando quella pagina de “ Il Monello” attaccata al muro, dove gli occhi di Marian erano la sua sola compagnia e quell’unico disco che da quanto lo aveva ascoltato stava iniziando ad avere i fruscii tipici lasciati dalle puntine del giradisch. Seguiva assiduamente ogni programma musicale che andava in onda sperando di rivederlo, trascurando i compiti ed il fratellino. Ma nei programmi non si vedevano piú, aveva sentito un presentatore dire che stavano preparando il loro primo Lp che sarebbe uscito lo stesso ottobre e giá aveva deciso di chiederlo come regalo di Natale.
La tensione in casa era tornata, non c’erano soldi, la ditta era in crisi e suo padre stava avendo un esaurimento nervoso, come se non bastasse, suo padre e suo zio dovevano spartire i beni di famiglia e le litigate fra loro erano diveatate molto amare. Patricia soffriva molto per tutta quella situazione che le era caduta addosso come un enorme macigno, l’unico legame forte che sentiva era quello con il fratellino che in qualsiasi modo la adorava;dormivano nella stessa cameretta nel letto a castello, lei al piano di sopra e lui al piano di sotto e spesso si chiudevano in camera insieme, dove lei si isolava scrivendo come avrebbe voluto che fosse la sua vita, leggendo i suoi sogni al fratellino che li ascoltava come fossero fiabe; si costruí lentamente un mondo parallelo dove cercava rifugio.
Quando arrivó il Natale, rivide un pó di armonia in casa. Non credeva piú a Babbo Natale,ma la notte della vigilia dormí veramente poco; era curiosa di vedere se quel regalo li era al suo posto sotto l'albero. Era ormai notte fonda,quando sentí i suoi genitori andare a dormire, lei aveva fatto finta di dormire tutto il tempo, aspettó di sentire il respiro profondo dei suoi nella stanza accanto per sgattaiolare a vedere cosa c’era sotto l’abero, in punta di piedi scese dal letto ed andó a vedere l'albero e vide il quadrato sottile che spiccava sopra tutti gli altri regali, il biglietto portava la scritta “ per Patty da Babbo Natale”, sapeva che era il regalo speciale di suo padre; ogni natale sotto l’albero era sempre un regalo speciale, ed anche quell’anno, Babbo Natale le aveva portato quello che desiderava.
C’erano tanti pacchetti con il suo nome, altrettanti con il nome del fratello, nonostante la famiglia avesse problemi, l’albero di natale era stracolmo di pacchetti e pacchettini; ma era ancora notte fonda e tante ore dovevano ancora passare, prima di poter aprire quel regalo.
Alle 7 del mattino quando udí sua madre trafficare in cucina con la moka per preparare il caffé, Patricia decise di alzarsi. Suo padre la osservava dal tavolo della sala che era anche quello dove pranzavano e cenavano, sorridendo le chiese come mai si era svegliata cosí presto, si sedette al suo posto, con lo lo sguardo rivolto all'abero con la paura di essersi immaginata quel quadtato sotto l'abero ed in vece era lí avvolto nella carta dorata; bevve distrattamente la sua megatazza di orzoro mentre in tv erano iniziati i tipici programmi natalizi.
Finalmente suo padre disse che poteva aprire un pó di regali e lasciarne un pó per il pomeriggio dopo il pranzo; il suo viso si illuminó e corse a prendere subito quel quadrato tanto prezioso. Lo scartó attentamente e finalmente apparve la copertina del primo Lp degli Alphaville, aveva gli occhi lucidi ed aveva dimenticato tutti gli altri regali, che intatti aspettavano sotto l’albero. Lo girava e rigirava fra le mani, leggendo i titoli delle canzoni, un poche le conosceva giá perché le aveva sentite in tv, c’era anche quella canzone tipica di natale che aveva emozionato tutti quanti e che sarebbe diventata una delle hits piú famose nel mondo firmate dal trio tedesco degli Alphaville “Forever Young”. Dentro era una seconda copertina, in cui in primo piano apparvero subito le foto dei tre componenti. Dalla copertina Marian la guardava con quello sguardo tanto magnetico quanto impertinente; dietro erano tutti i testi delle canzoni. Guardó suo padre, che si era spostato in cucina ad aiutare per il pranzo natalizio e stava preparando il ripieno per l’arrosto, con il disco in mano fece una domanda silenziosa mentre sua madre, in sala, iniziava a tirare fuori dal mobile la tovaglia buona e le stoviglie nuove per preparare la tavola di Natale ed il fratellino giocava con il Daitan nuovo di zecca, invadendo chissá quali pianeti, ed ebbe finalmente il permesso di ascoltre il disco: lo appoggió sul vecchio giradischi, spostó il pulsante sulla scritta 33, mise la puntina sul punto giusto con mani tremanti dall’emozione, ed inizió ad uscire la splendida musica degli Alphaville. Leggeva tutte le parole delle canzoni cercando di capirne il significato, era si molto brava nella lingua inglese, piú delle sue coetanee, proprio per le sue origini: mezza italiana e mezza inglese, aveva sentito quella lingua fin da quando era in fasce, ma c’erano delle parole che ancora non conosceva, fra un ascolto ed un altro il pranzo di natale era pronto. I crostini toscani fumanti, i suoi preferiti, erano stati disposti al centro tavola con i vari sottoaceti ed affettati. Il paté d’oca, che aveva preparato suo padre, anch'esso sul tavolo era stato messo a fianco del cestino con il pane tostato all’interno, ed accanto era il piattino con il burro; al centro tavola suo padre aveva creato una composizione con rami di abete e ginepro sulla quale al centro aveva riposto una candela grande che sarebbe rimasta accesa tutto il giorno, un pó come il ceppo natalizio a casa dei nonni, nel focolare, loro vivendo in un appartamento in affitto, non avevano il focolare, ma la candela era una bellissima e magica sostituta di quella tradizione senza tempo; per suo padre non era Natale senza quel tipo di accorgimenti sulla tavola e mentre la sigla del telegiornale annunciava le notizie, tutta la famiglia felice, era riunita intorno alla tavola per il pranzo di Natale.

Era stato un Natale perfetto, si preannunciava anche un Capodanno piacevole, ma come ogni cosa bella non duró abbastanza e nel giro di pochi mesi erano iniziati nuovi attriti in famiglia,litigi, nervosismo e di nuovo una ricaduta del padre in un ennesimo esaurimento nervoso.



A scuola le cose non andavano certamente meglio, le prese in giro ed il parlare alle sue spalle si faceva sempre piú pesante ed a casa nessuno le chiedeva come stava perché troppo presi da altri problemi; cosí si isoló sempre di piú passando intere ore a scrivere la sua storia immaginaria nell’agenda ed aveva giá riempito tutte le pagine che comprendevano 6 mesi dell’anno. La voce di Marian era l'unica compagnia: dal disco aveva trasferito il tutto su cassetta, cosí da poterlo ascoltare sempre, nel suo walkman mentre aveva giá tradotto ogni singola parola.



Un pomeriggio, mentre stava guardando e rileggendo la copertina interna dell'Lp, notó un indirizzo. Stava scritto : "per ulteriori informazioni e contatti scrivere a ...” ed una casella postale di Berlino. Decise di scrivere cosí una lunga lettera, indirizzata a Marian in cui le raccontava della sua vita e della sua voglia di non vivere piú, perché stanca dei litigi in famiglia, stanca della solitudine in cui era drammaticamente precipitata, stanca delle prese in giro, stanca di tutto.



Gli Alphaville erano tedeschi ed abitavano in quella cittá divisa da un muro. Quel famoso muro che era presente anche nelle loro canzoni, che lei dodicenne smarrita aveva iniziato a costruire intorno a se mentre la stanchezza di vivere stava lentamente prendendo campo dentro di lei, coprendola con un velo grigio,una espressione senza gioia velava i suoi occhi che si illuminavano solamente quando sentiva la voce di Marian uscire dal giradischi, quando quella magia indescrivibile la catapultava in quella dimensione senza barriere, dove regnavano solo i suoi sogni, una via di fuga che aveva creato con quello che aveva, ossia la sua fantasia.



Le condizioni del padre deteriorarono, era arrivato a non dormire piú la notte, con il deterioramento erano iniziate le minacce del padre di spaccarle quel disco che metteva in continuazione ed erano diventati un incubo costante. Patricia passava le notti a piangere mentre i suoi litigavano sempre piú ferocemente, nascose quell'oggetto prezioso nella parte dell’armadio piú profonda per proteggerlo dalle ire di suo padre che si era fissato con il computer e le urlava parolacce perché a lei non interessavano i programmi sulle volpi e sui conigli e le possibilitá matematiche di sopravvivenza e di riproduzione in un isola deserta, lei odiava la matematica a priori, non l'aveva e non l'avrebbe mai capita quella scienza per lei cosí poco importante.



Un giorno, uscendo da scuola trovó sua madre e suo zio ad aspettarla fuori, significava che qualcosa di veramente brutto era successo, una morsa le strinse il cuore e il sapore della bile le salí in bocca facendole vomitare quel poco che aveva mangiato a merenda. Suo padre era stato ricoverato, quando tornó a casa entró di corsa nella stanza trovando i poster degli Alphaville che aveva raccolto con tanta fatica tutti rotti, a pezzi per terra. Il suo mondo crolló. I pezzi stracciati in terra sembravano rappresentare lo stato della sua anima: distrutta. Corse a vedere se il disco si era salvato da quella furia inspiegabile, lo aveva nascosto bene e suo padre non lo aveva trovato. Sua madre tornó a lavorare il giorno seguente, mentre suo padre rimase ricoverato sotto psicofarmaci e forzato a dormire, peché si sa, quando non si dorme per settimane, alla fine non si capisce piú quale sia la realtá e quale invece la situazione che crea la mente.



Patricia non riconosceva piú quell'uomo che aveva “ucciso” suo padre, si ricordava fin troppo bene tutti i momenti belli passati con lui, quando le cose andavano bene, cosí anche lei esausta chiese alla madre di poter rimanere ancora un giorno a casa.



Quando rimase sola, vagó come un fantasma da una stanza e l'altra senza piú lacrime da piangere, nessuna delle sue amiche era venuta a vedere come stava, eppure sapevano, il paese era piccolo e le voci giravano velocemente, era sola con la voce di Marian come unica compagnia. Senza pensarci due volte andó verso il mobile dei medicinali, dove erano gli psicofarmaci che suo padre non aveva mai voluto prendere, aveva deciso di morire cosí. Nell'armadietto dei liquori era rimasto solo del vermouth bianco, sapeva che gli alcolici e quei medicinali erano una bomba per il cuore, lo aveva letto nelle istruzioni. Cosí con in cuffia “A Victory of love” si preparó.



Per qualche strano motivo, quel giorno, Dio aveva messo in moto tutto il suo esercito per salvare quella miserabile vita, chissá se per un cattivo senso dell'umorismo oppure perché Patricia era in qualche modo importante per l'universo, sta di fatto che mentre stava per ingollare il cocktail mortale, lo squillo del campanello forte ed insistente la interruppe. Andó ad aprire la porta per vedere chi con tanta insistenza stava ritardando la sua fine: era un giovane postino, sorrideva, lei lo guardó con espressione interrogativa e lui con quel sorriso angelico rispose “ La cassetta della posta per qualche motivo non vuole aprirsi, ed ho pensato che questa fosse una lettera importante...” e gliela consegnó. Patricia la osservó incredula. I francobolli non erano italiani, ma neppure inglesi e lí c'era scritto il suo nome, era una busta bella piena, sentiva qualcosa di duro dentro, giró per vedere il mittente : “Alphaville Moonoffice...”voleva ringraziare il postino, ma era scomparso, pensó che forse era stata troppo a lungo ad osservare quella busta bianca e chissá cosa aveva pensato di lei quel giovane postino dagli occhi celesti.



Con mani tremanti aprí la busta delicatamente, attenta a non sciupare nulla: all'interno vi trovó una lettera stampata in cui le comunicavano che era stata inserita nella lista del Moonoffice, allegata a questa comunicazione erano una marea di indirizzi di fans come lei; alcune erano italiane, la cosa dura che aveva sentito non era altro che la cartolina con gli autografi, pianse di gioia, la primavera era finalmente iniziata anche per lei, strinse al cuore quella preziosa cartolina e notó un altra cosa dentro la busta: una busta piú piccola, sigillata, con il suo nome scritto a mano, quando la aprí, notó con stupore che era una lettera da Marian, ormai le lacrime scendevano come una cascata. Marian aveva dedicato alcuni minuti della sua giornata per scriverle. Fra le tante cose che lesse una la colpí : ”sai, solo gli stupidi decidono di buttare via la propria vita suicidandosi...tu non sei una stupida. Credi nei tuoi sogni sempre, le cose andranno meglio, é una legge cosmica, ed un giorno ci conosceremo, allora saró orgoglioso di te, perché significherá che queste parole non sono state scritte invano.” Patricia promise a se stessa che avrebbe seguito quel consiglio alla lettera: andó nel bagno, nel water gettó le pasticche, ripose il vermouth nell'armadietto degli alcolici e si mise a leggere gli indirizzi della “Moonlist” cosí si chiamava la lista che le era arrivata con la lettera.



Scrisse prima alle italiane, poi alle tedesche, alle inglesi, a tutti. Inizió cosí un nuovo capitolo per la piccola Patricia con decine e decine di amiche di penna che condividevano con lei la stessa passione sia per la musica che per Marian.



I problemi non erano scomparsi, anzi erano ancora li, ma adesso aveva un sogno in cui credere, una promessa da mantenere.



Passarono gli anni molti dischi uscirono, tradusse molte canzoni e creó molte compilations da ascoltare nel walkman; i posters tornarono sul muro, altri autografi e cartoline con auguri di Buon Anno arrivarono puntualmente ogni anno, il muro fu abbattuto, sia quello di Berlino che quello che si era costruita intorno, continuó ad essere un animo tormentato, questo tormento la portó a scrivere poesie, racconti, tutto quello che la sua anima le dettava; a volte erano proprio le canzoni degli Alphaville che arrivavano in aiuto nei suoi primi esperimenti letterali, inizió a leggere tutti i libri che via via Marian consigliava nelle interviste, cosí cresceva, incompresa dalle amiche che non capivano il suo attaccamento a quell'uomo unico custode di quel segreto che non aveva raccontato a nessun altro, a quel gruppo nonostante passassero gli anni, persino la sua famiglia non riusciva a capirlo, ma lei lo sapeva ed il suo amore cresceva di intensitá con il passare degli anni, un amore diverso, un amore sacro, un amore platonico che nessuno riusciva a capire o spiegare.



Era il 1 agosto del 1998, erano passati 14 anni e qualche mese da quella prima lettera e Patricia finalmente mantenne la sua promessa. Calde lacrime le scesero dagli occhi nonostante i suoi 26 anni quando finalmente fece la foto ricordo con Marian e lui con un sorriso dolcissimo l'abbracció stretta a se dicendole che si, si ricordava di lei e che finalmente si erano incontrati. Ad oggi, alcune di quelle amicizie sono presenti nella vita di Patricia che ancora compra i cd degli Alphaville appena escono, ancora sogna e crede nei suoi sogni. Ancora é grata a quella ossessione che le ha salvato la vita. La chiamereste voi, ancora, una ossessione?



© Diana Mistera 30.6.2012





domenica 25 dicembre 2011

Christmas Carol


C'era una volta un bambino, che amava giocare con delle palline colorate, le faceva volare, le lanciava in aria o per tutto il giardino, oppure le lanciava lontano nel cielo infinito e piú su, e quelle che lanciava cosí lontano non tornavano indietro. Come ogni collezionatore che si rispetti si prendeva cura di loro in modo certosino: se vedeva della polvere sulle palline le spolverava, se vi vedeva delle crepe, guardava fra le altre palline se c'era una pallina nuova, lucida, bella e dello stesso colore con cui sostituirla e la sostituiva. Le sue palline dovevano essere belle e splendenti, perché vi ci giocasse. Viveva in un posto magico, un posto che visitavo spesso, soprattutto nelle lunghe notti invernali.

Era un posto pieno di verde e di fiori, era un luogo dove sentivo pace e felicitá,dove il tempo che vi ci trascorrevo alla fine mi sembrava sempre troppo poco.
E parlavo con questo bambino che sorrideva e rideva, giocando felice con tutte le sue palline colorate.Un giorno gli dissi:
”Certo che hai una bella collezione di palline...”
Lui orgoglioso rispose ”si..mi mancano solo 3 colori..poi li ho tutti...”
” quali colori non hai? Io li vedo tutti...”
” il colore oro, il colore argento, e quello del bronzo” rimasi in silenzio a guardarlo mentre stava lucidando una bellissima pallina blu fra le piccole dita, poi dissi ” magari te li posso mandare io questi colori..quando torno laggiú, magari le trovo queste palline che ti mancano” Il bambino annuí in silenzio, continuando a lucidare la sua pallina.
Cosí, ogni volta che tornavo da laggiú in questo giardino di cui lui era il re assoluto, gli portavo tutte le palline colorate che riuscivo a raccogliere, e che magicamente trovavo in posti inconsueti, sperando un giorno di trovare le tre che mancavano alla sua collezione.
Quando finalmente iniziai a trovare le palline d'oro, invece di portarle a lui, le tenni per me, non avevo piú tanto tempo per andare al giardino e le palline d'oro erano comunque molto belle, come quelle di argento, ed i miei viaggi al giardino iniziarono a divenire sempre meno frequenti, ed ogni volta che andavo dal bambino lo vedevo sempre piú triste, la collezione di palline sempre meno vivace di colori, ma non vi detti particolare importanza.
La vita di sotto era diventata frenetica, e limitavo i miei viaggi solo quando avevo delle palline di bronzo da dargli, non riuscivo piú a trovare le palline colorate, ma non detti importanza neppure a questo.
Un giorno, stanca dei tutte le palline d'oro e dargento che mi circondavano pensai: ” che ci faccio con queste palline dorate...luccicano sono belle, ma non sono di alcun uso per me, cosí quelle di argento, mi mancano i colori....” e decisi di tornare a trovare il bambino per dargli finalmente le palline che mancavano alla sua collezione.
Quando arrivai al giardino fui colpita dalla tetrezza che lo aveva avvolto, cercai il bambino, lo cercai per ogni dove e non lo trovai, intanto le palline d'oro e quelle d'argento iniziavano ad essere pese, il giardino che era sempre stato bellissimo era pieno di buche, in cui cadevo miseramente e rialzarmi era faticoso con tutto il peso delle palline d'oro e d'argento addosso.
Trovai una grotta decisi di riposare, quando mi sedetti all'interno notai che non l'avevo mai vista prima una grotta in questo posto, mi appoggiai alla fredda roccia, decisi di accendere un fuoco con dei piccoli legnetti che avevo trovato all'interno per riscaldarmi e riposarmi,notai che stranamente, per la prima volta, il giardino fuori era coperto dalle tenebre.
Quando la flebile fiamma illuminó la caverna, notai un vecchio, aveva gli stessi tratti del bambino. Mi guardava tristemente, e mi chiese:
”cosa stai cercando in questo posto desolato?”
” cercavo un bambino, ero solita venire spesso qui e portargli le palline colorate...ma non lo trovo”
” ah si le palline colorate...é tanto tempo che qui non arrivano palline colorate”
” gli ho portato anche quelle che voleva per la sua collezione...quelle d'oro e quelle d'argento”
” come mai sono cosí tante?”
Non seppi rispondere, mi sentivo avida, sporca, mi sentivo una traditrice. Il vecchio sospiró e disse
” io sono il bambino che cerchi...quando hai smesso di venire qua con le tue palline colorate, anche i colori di questo posto sono andati sbiadendosi, se prima quando lanciavo le palline nel cielo infinito, non tornavano, se non quando tu le ritrovavi, la mia collezione colorata perse i suoi colori, e mi rimasero solo le palline di bronzo...che non luccicano, non sono vive, non sono belle.....sai alla fine io ero contento con le mie palline, non avevo bisogno di quelle d'oro, ne di quelle d'argento, ne tantomeno di quelle di bronzo..le palline colorate erano le mie preferite...”
” ma non c'era nessuno che ti portava le palline colorate?”
Il vecchio sospiró e tristemente disse
” le palline colorate erano i tuoi sogni...quando hai smesso di sognare non avevo piú palline con cui giocare... sto morendo...non ci faccio nulla con le palline d'oro e di argento che adesso mi hai portato...sono i colori quelli che mi tenevano vivo..la pallina d'argento era un sogno che volevi realizzare, come lo era quella d'oro, ma erano sogni anche se apparentemente meno importanti anche quelli racchiusi nelle palline colorate, quelle che rendevano felice me quando vi ci giocavo, e te quando venivi a trovarmi...Adesso guarda quanti sogni irrealizzati hai collezionato...solo perché hai smesso di cercare le palline colrate...ed hai smesso di giocare con me...”

© Diana Mistera 25.12. 2011


giovedì 3 novembre 2011

ED ALL'IMPROVVISO RICORDAI....

Era iniziato cosí da un semplice sogno che mi era rimasto in mente per molto tempo, anzi, fino al momento in cui incontrai il ragazzo del sogno.
Era un periodo angosciante, come ogni anno il mese di novembre é sempre stato un periodo angosciante, non a caso novembre é detto il mese dei morti, giá perché la mia anima comunque in questo mese vive una vera e propria agonia..é morta.
Cosí feci un viaggio, un viaggio con due amiche: Naive ed Elder. L'una portava con se l'innocenza della giovinezza, l'altra portava la memoria dimenticata.
Andammo in un paese che avevo detto di conoscere,si trovava ai piedi di un monte, era un paese molto antico, ma quando arrivammo capii che non lo conoscevo per niente. Dovevo raggiungere una torre, che volevo mostrare ad entrambe, ma come attraversai la porta capii che non avevo idea di dove andare,eppure c'ero stata cosí tante volte...

Iniziammo il cammino entrando da una porta ad arco che dava sulla parte antica del villaggio; notai dei monumenti che non avevo mai visto prima: erano in pietra scolpiti sulla montagna erano 3 figure dalle quali non riuscivo a staccare gli occhi erano 3 visi di cui non distinguevo i tratti, ma tutti e tre ricordavano qualcuno che era stato una parte della mia vita, ma che avevo dimenticato.
Dissi alle mie compagne di viaggio che ancora sapevo dove si trovava la torre e che dovevano seguirmi, che la strada era quella giusta nonostante non riconoscessi nulla; vidi negozi familiari, ma quando vi entrai non c'era nulla di come li ricordavo, vidi dei bar familiari ma anche in essi, una volta entrata nulla riconoscevo, eppure continuavo ad essere convinta che stavamo per arrivare a quella maledetta torre che comunque non ricordavo il motivo per cui dovevo andarci.
Quando improvvisamente, mi prese un bisogno incontrollabile di cercare un nome e mentre sfogliavo le pagine degli elenchi telefonici Naive si perse.

Dovevamo proseguire,il tempo stava per scadere ed io dovevo portare Elder alla torre, almeno lei l'avrebbe vista, ma le strade interne si svincolavano nel paese come tanti serpenti infiniti, e mi resi conto ci eravamo perse di nuovo, eravamo tornate nuovamente ai piedi del monte in cui erano scolpiti quei 3 visi, erano familiari molto familiari, ma ancora non ricordavo chi fossero. Stanche decidemmo di pernottare in una pensione, e mentre stavamo riempiendo i documenti trovai finalmente quel nome: Marian, da quel nome risalii al numero di telefono perché avevo bisogno di chiamarlo, e quando l'ebbi scritto ed andai per controllarlo di nuovo, era scomparso; nel frattempo Elder mi seguiva silenziosa, ritrovammo Naive, in compagnia di un uomo che sapevo essere un amico dell'abitante della torre, ma adesso avevo ritrovato il nome ed avevo ritrovato il numero di telefono, la torre poteva aspettare, fu in quel momento che Elder parló e disse
” ma non siamo venute fin qui per trovare la torre? Come mai adesso sei ossessionata dal nome Marian...eppure alla torre lo sai benissimo che qualcuno ti ama..e ti sta aspettando”
” si si...”risposi frettolosamente” devo chiamare Marian devo vedere Marian...devo sentirlo...” Elder scosse la testa e Naive gridó...” ehi stasera in paese c'é un concerto di un gruppo..dai andiamo a vederli...dai dai...”

Sia io che Elder fummo costrette ad assecondare Naive,anche solo per farla stare zitta e la sera andammo al concerto, Elder silenziosa stava in un angolo mentre io ero con Naive e avrei voluto essere in un altro posto, pensando solo ed esclusivamente a Marian.
Il posto non era grandissimo ma tutta la gente al concerto era eccitatissima, dicevano che il cantante di quel gruppo fosse di una bellezza abbagliante, con una voce bellissima che peró sulla sua testa era un orribile maledizione, io feci spallucce, non credevo alle maledizioni. Il giovane fece il suo ingresso nel palco, ed inizió a cantare, effettivamente la voce era davvero bellissima, e cosí pure lui. Scese e si incamminó fra il pubblico tutte ridevano felici, molte incontrarono il suo sguardo, e quando arrivó davanti a me, il mio sguardo incontró il suo, vidi la paura nei suoi occhi, sentii dolore nei miei, continuavo a pensare a Marian, poi improvvisamente ricordai una frase ” amor che tanto ho amato, amore mio perdono, il nome che hai dimenticato, nel cuore tuo dimoro...” ed improvvisamente il bellissimo Adone non riuscí piú a cantare. Elder mi guardó e disse
”Lo ricordi adesso? Inseguilo, amalo, e la sua voce tornerá a cantare”
Iniziai a correre, lo trovai seduto ad un bar. Aveva gli occhi verdi, e dei lunghi capelli castani sulle spalle, le labbra carnose, mi guardó, la consapevolezza aveva preso il posto della paura.
Mi raggiunse prima Naive e poi Elder, lui si alzó era alto piú alto di me, Elder sussurró ” ti eri dimenticata di lui...adesso ricordi..ricorda l'amore che vi lega...ricordalo...” e scomparí, e quando improvvisamente ricordai, scomparve anche Naive abbracciata alla sua ossessione.
E ricordai le sculture nella montagna, e quando le guardai di nuovo, riconobbi Elder, Naive e... lui: quell'Adone di cui la mente aveva dimenticato il nome, ma il cuore non ne aveva dimenticato l'amore.

© Diana Mistera 2011




Cristiana Meneghin , Le Gemme Dell'Eubale- blogtour

SPLENDIDAMENTE INFRANTA

Custodisco le tue promesse come un’arma carica, e le sferro contro i sogni prima dell’alba. La notte che svanisce muove ancora l'eco di ...